lunedì 8 novembre 2010

Il divario Nord-Sud nasce dopo l'Unità d'Italia


di MARCO ZAMBUTO, Sindaco di Agrigento
05/11/2010
Come accade quando qualcuno, come il Presidente della Regione, pone un tema essenziale, trionfano retorica e denigrazione. Che è il modo per continuare a non sapere e lasciare che le cose scorrano come sempre. Interrogarsi sul valore da attribuire all'Unità d'Italia e alle sue conseguenze rimane un passaggio imprescindibile. Ecco perché, invece di sbandierare vuoti proclami o di indossare la maschera della sudditanza, occorrerebbe stare ai fatti, nella consapevolezza che non può esistere coscienza nazionale senza verità storica. Una storia di parte sarà sempre al servizio di una parte del paese. E l'UDC, come partito della Nazione, sa che la storia non è materia da lasciare agli storici e serve ad unire, non a dividere. Secondo un'autorevole tesi il divario tra Nord e Sud si sarebbe determinato a distanza di cinquant'anni dall'Unità d'Italia, a causa dell'industrializzazione del Nord-ovest.
Non si è però spiegato perché quell'industrializzazione sia stata limitata solo a determinate aree geografiche. Si trattò di un caso o di una precisa scelta strategica? E, per esempio, Mongiana (Calabria), una delle migliori industrie siderurgiche d'Europa, con 1.200 operai all'attivo, chiusa all'indomani dell'Unità, non rientrava forse in quella politica industriale che prevedeva, fin dall'unificazione, che un'area del paese dovesse produrre i beni ed un'altra li dovesse consumare? E tale industrializzazione non ha avuto bisogno di un sistema infrastrutturale (viario, ferroviario, portuale, energetico, ecc…) che si è infatti realizzato al Nord e non al Sud? E non continua ad averne bisogno ancora oggi? Senza dire che, dal punto di vista industriale, non è vero che, al 1861, esisteva un divario tra Nord e Sud. «La percentuale di popolazione attiva addetta all'industria era superiore al Sud che al Nord», ha scritto Amedeo Lepore. Nel 1856, alla Mostra di Parigi, il Regno delle Due Sicilie veniva premiato come paese più industrializzato d'Italia. E, come hanno dimostrato Daniele e Malanima, i dati sui saggi salariali a Nord e a Sud, sia urbani che rurali, non rivelavano, al 1861, sostanziali differenze.
Tutto questo per dire che, sul piano industriale e infrastrutturale, sono state le scelte di politica economica post-unitarie a gettare le basi di quel divario che, inevitabilmente, ci portiamo appresso.
Il fascismo ha fatto solo il resto: da un lato, creando coi soldi pubblici l'IRI per salvare dalla crisi le grandi industrie del Nord e, dall'altro, obbligando, per esempio, i siciliani, che praticavano da tempo l'agricoltura specializzata, a tornare a produrre grano. Né l'Italia Repubblicana ha invertito la tendenza: si confronti quanto è stato speso al Nord e al Sud negli ultimi sessant'anni in scuole, strade, ferrovie, aeroporti, rete energetica, ecc… La tanto vituperata Cassa per il Mezzogiorno spendeva ogni anno solo lo 0,5 per cento del prodotto interno lordo.
Ma c'è un altro aspetto che non viene ricordato abbastanza e che è alla base di quello spaventoso fenomeno che ha svuotato di decine di milioni di persone le terre del Sud e che non si era mai conosciuto fino al 1861. Al Sud l'Unità d'Italia venne realizzata a vantaggio di una ristrettissima cerchia di proprietari terrieri. Lo Stato sabaudo confiscò le terre ecclesiastiche e demaniali e, infischiandosene della massa di contadini che reclamavano un pezzo di terra, le vendette per fare cassa a chi poteva comprarle. Con la conseguenza che una classe di ex gabelloti divenne più ricca e, nonostante le promesse di Garibaldi, venne impedito che nascesse una diffusa classe di piccoli proprietari terrieri. La conclusione drammatica fu la fine degli usi civici: ossia, di quell'istituto che per secoli, all'interno delle terre ecclesiastiche e demaniali, aveva consentito ai contadini di vivere. In conclusione, a volerli conoscere, i fatti dicono che la questione è reale e sentita. E che, i fatti, serve ricostruirli, metterli insieme ed evidenziare come gli uni non si spieghino senza gli altri. Serve soprattutto a capire che per troppo tempo i siciliani sono stati privati di quel complesso di infrastrutture necessario per sottrarsi all'infido giogo dell'assistenzialismo e per esprimere, anche attraverso la fiscalità di vantaggio, quelle energie che, in breve tempo, lo porrebbero al pari di qualunque popolo d'Europa.
Fonte:

domenica 7 novembre 2010

FLI: FINI, OCCORRE COMPLETARE FEDERALISMO CON SENATO REGIONI


07-11-10
(ASCA) - Bastia umbra, 7 nov - ''Si parla di riforme, se ne parla da almeno vent'anni. Il federalismo fiscale non e' un pericolo perche' c'e' stata l'accortezza di prevedere un fondo di compensazione nazionale, che per una lunga fase assicura che il Meridione non venga abbandonato a se stesso.
Sara' quindi una bella sfida per le classi politiche meridionali. Sarebbe pero' privo di senso non ultimare il percorso di riforma federale dello Stato senza un Senato delle regioni e senza dar chiara indicazione per le competenze, per non dar vita ad una riforma incompiuta''. Lo dichiara il presidente della Camera e leader di Fli, Gianfranco Fini, nel corso del suo intervento alla Convention nazionale.
jan/cam/alf
Fondo di compensazione? Lunga fase? Il „Meridioneabbandonato a se stesso?
Fini, dai, confessa, hai bevuto? Cos'hai fumato? Dai, figliolo - di chi, non si sa – apri il tuo cuore, quante te ne sei fatte? Che fai, concedi ai noi minorati una speranza? quanto sei buono, o te la suggerito – di dirlo – qualcuno di Confindustria? Non ci lascerete soli? Ma quando ve ne vandate fuori dai coglioni?
1. In cinque anni (Fonte 1), nel periodo 2004-2009, le amministrazioni regionali del Nord hanno accumulato un debito pari al 42,1% del totale italico: Italia = 100, Nord = 42,1%, Centro = 27,1%, Mezzogiorno = 30,8%.
Se il debito di ogni area geografica viene rapportato al realtivo pil, negli anni 2004-2009 la percentuale di indebitamento del Nord viaggia intorno al 10%, ogni anno:
2004: Nord 8,3, Centro 7,5, Mezzogiorno 6,2;
2005: Nord 9,4, Centro 8,3, Mezzogiorno 7,3;
2006: Nord 11,0, Centro 9,7, Mezzogiorno 8,3;
2007: Nord 10,6, Centro 9,3, Mezzogiorno 9,2;
2008: Nord 10,4, Centro 8,5, Mezzogiorno 8,7;
2009: Nord 10,4, Centro 8,5, Mezzogiorno 8,7.
Se, in pieno spirito federalista, pratichiamo il principio che ognuno deve pagare i propri debiti, ed assumiamo l'idea che il patrimonio immobiliare pubblico non si tocca, e se consideriamo che i debiti possono pagarli solo le forze di lavoro (Fonte 2), perche' bambini disoccupati ed anziani possono contribuire solo con la contrazione dei consumi, ci ritroviamo con il seguente indice di peso debitorio: nord 0,903, centro 0,607, mezzogiorno 0,867. E non serve il lume Pitagora per capire che al Centro e nel Mezzogiorno il peso debitorio per le generazioni attuali – e future - e' decisamente risolvibile, rispetto a quello che ristagna, granitico intaccabile, sulle generazioni padane, attuali e future. Il Centro ed il Mezzogiorno sono demograficamente vivi e vitali, il Nord e' anziano e decrepito. Se non fosse per gli immigrati, ed i loro figli, sarebbe emergenza demografica conclamata. E non ci vuole il genio di Archimede per capire che l'amalgama concettuale del Partito del Nord – Lega nord piu' Confindustria piu' berlusconiani piu' veneti piu' minoranze etnicolinguistiche piu' regioni e province autonome - si e' conformata, amalgamata, compattata sulla realta' di questo rischio: l'andamento tendenziale del debito pubblico in relazione alla curva demografica ed all'alto tasso di invecchiamento della popolazione residente, indice 161 al 31 dicembre 2008, fonte ISTAT; indice che sarebbe ancor piu' alto, se fosse scremato dal contributo degli immigrati Extracomunitari e del Mezzogiorno. E se consideriamo che al Nord i servizi pubblici diretti, o in appalto presso terzi privati, funzionano spesso a regime di erogazione al di sopra del limite fisiologico naturale, e' facile prevedere che la pletora di codeste complesse e costosissime macchine, in funzione per un utente sempre piu' anziano, condizionera' pesantemente - e sempre piu' - la politica del Nord, marcando le amministrazioni locali e regionali ad una sempre piu' marcata vocazione endogna alla tassazione, ed esogena attraverso il Partito del Nord.
Un esempio per tutti. Il 50% circa della spesa regionale in Friuli Venezia Giulia, Regione a Statuto Speciale, e' postato al capitolato sanita', i cui paragrafi di spesa preponderanti sono stipendi agli operatori ed assistenza degli anziani, sempre piu' numerosi e pesanti sul bilancio (Fonte 2). Quindi il nucleo problematico nel Nord e' - e sara' - sempre piu' focalizzato sulla terza e quarta eta'. Questa prospettiva di bilancio non e' tecnicamente sostenibile, sia nel medio che – peggio – nel lungo periodo. Ce la fanno solo nel breve, boccheggiano grazie al Governo brianzolo, trasferitosi a Roma. Insomma, da soli non ce la fanno. Hanno, ordunque, bisogno di soluzioni politiche al massimo livello Istituzionale: a Roma. E, per carita', che il Governo brianzolo si attenga alle necessita', quindi basta investimenti – di qualsiasi tipo - nel mezzogiorno, per carita', bisogna convogliare le risorse verso il Nord in difficolta' strutturale. Come al solito. Che c'e' di nuovo? Niente, dirottate, dirottate.
La caccia ai finanziamenti U.E. per il Mezzogiorno. Com'e' possibile il dirottamento? Semplice, il Dipartimento per lo Sviluppo e la Coesione economica e' stato spostato alle dipendenze di Palazzo Chigi, e cosi' si conviene che il picco di erogazione per le regioni interessate dai F.A.S. - inizialmente previsto per il biennio 2009-2010 - viene spostato in avanti di un anno, subendo contemporaneamente una riduzione dell'importo, inferiore al 5 per cento.
La scusa. Il perdurare del clima di incertezza nell'ordine pubblico nel Mezzogiorno, che potrà anche aggravare il ritardo dell'erogazione. Intanto le grandi opere del Nord sono a caccia di finanziamenti. E questa questione, di necessita' padana, si porrà nella legge finanziaria, e sarà quella del finanziamento delle grandi opere nel Centro-Nord. È per le infrastrutture strategiche in padania che occorre trovare i fondi e, soprattutto, chiarire il quadro finanziario necessario per partire speditamente con le opere. Le banche ed i contractors del Nord sono pronti, gia' da un pezzo.
I F.A.S.? No!, a meno che non si tratti di quelli con la cedola elettorale, tipo Salerno-Reggio o ponte sullo Stretto, che rendono anche bene: utili per le engineering padane, per i contractors, padani, per le societa' di gestione, padane, per i fornitori, padani, per i tecnici, padani, per le banche, padane, e via di seguito, ovviamente per i padani. Pacchi di voti per il brianzolo ed accoliti. E che la U.E. non se la prenda a male.
La realta'. E' che gli investimenti in infrastrutture nel mezzogiorno, almeno quelli proposti e sponsorizzati dall'attuale Primo Ministro, con i soldi U.E., di diritto del Mezzogiorno, sono – a mia sommessa opinione - controproducenti per le popolazioni del Mezzogiorno, essi non apporterebbero sviluppo economico, e si riveleranno - quasi esclusivamente – un ottimo rendimento finanziario per le imprese del Nord. Per la societa' imprenditoriale e le famiglie del mezzogiorno si conserveranno, per sempre, il peso dei balzelli autostradali - che graveranno ulteriormente sui gia' alti costi di trasporto delle merci in direzione nord, come per quelli destinati ai mercati di Calabria e Sicilia, per gli emigrati che tornano per le ferie, ed infine per i residenti che la utlizzano – il tutto in cambio di qualche posto di casellante. O di guardiano del ponte. Piu' qualche posto di scopino sul greto autostradale. Nessuna concreta ricaduta utile, se non la solita catena di subappalti, a piramide, a margini sempre piu' risicati, per le imprese locali nella fase della costruzione delle infrastrutture. Gli utili della progettazione, costruzione, gestione, manutenzione ordinaria e straordinaria, andranno al Nord.
Dunque il grande Partito del Nord ha deciso, ha investito in giornali, banche, politica e sindacati, affinche' il Mezzogiorno e partedel Centro siano tagliati fuori dalle prospettive di sviluppo stabile e concreto.
La verita'. E' che sono con l'acqua alla gola, devono farlo, per la sopravvivenza dei loro privilegi italiani, meneghini ed austroungarici, dipende dall'aria che tira, basta che la barca galleggi. La decisione del Parito del Nord e' contenuta in una tabella allegata all'ultima Delibera del Cipe, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale: i fondi Fas sono finiti, o meglio, è finita quella fetta destinata al Fondo strategico, accantonata l'anno scorso da palazzo Chigi per il sostegno dell'economia reale. Ma i fondi F.A.S. per la Salerno-Reggio e per il ponte sullo Stretto sono salvi? Sono salve le esigenze elettorali del Primo Ministro e gli utili delle societa' padane?
Nel mentre. Un decreto governativo sposta gli incentivi 488 a finanziare le imprese settentrionali e l’industria bellica degli armamenti. E cosi' 50 milioni di euro, stanziati per le agevolazioni alle imprese nelle aree meridionali, e mai utilizzati dal ministero dello Sviluppo Economico, sono evaporati in direzione Nord.
E gli altri 100? Circa cinquanta sono stati attribuiti alla programmazione negoziata nelle aree del Centro-Nord. Il rimanente terzo non ha una esplicita destinazione di spesa, ma sarebbe stato suddiviso tra fondi per le televisioni locali e perfino per piccoli interventi nelle zone del Veneto e della Lombardia.

2. Il piano salva padania prevede il reclutamento di manod'opera, anche  meridionale, purche' a basso costo e niente oneri previdenziali a carico del datore di lavoro. I nostri carissimi fratelli del nord hanno deciso che la carne del Sud deve – al solito – contribuire al fine di produrre ricchezza nel Nord, arricchire i padani, e pagare le tasse, li'. Insomma i giovani devono emigrare in padania, dove ci sono opportunita' di crescita professionale ed umana, in un ambiente favorevole per i meritevoli meridionali. E li' pagare i balzelli comunali, provinciali, regionali e federali, per foraggiare il debito pubblico del Nord.
A denti stretti: non e' che la manovalanza - fisica ed intellettuale - dei terroncelli sia meno antipatica di quella africana o slava, e' che questi ultimi sono intimamente non ricattabili: hanno un'identita', etnica, religiosa, nazionale, spesso familiare, e sono anche profondamente convinti e decisi sul perche' sono venuti: vogliono realizzare il loro obiettivo, com'e' sempre stato, e quindi tornare a casa, generalmente e' cosi': grazie ed alla prossima. E se fanno imprenditoria, il loro e' un approccio non identitario ne' radicato con il reale circostante, sono aziende isole, ed isolate dal contesto culturale e tradizionale. I ragazzi del Mezzogiorno sono invece intimamente ricattabili, perche' tendenzialmente non entrano nel border line, hanno una storia familiare alle spalle, speranze di madre e padre, credono di poter, nel tempo, acquisire uno status, vorrebbero essere parte integrata; e questo li frega. Pagheranno tanto, in cambio di un piatto di lenticchie. Come i giovani degli anni 50, 60 e 70; fine delle trasmissioni.
E le ragazze del Mezzogiorno, potranno sposarsi? In conformita' ai principi del federalismo padano, la spesa statale regionalizzata - gia' nell'anno 2008 - vedeva questo quadro sconfortante (Fonte 3), espresso in milioni di euro: Mezzogiorno € 178.258, pari al 32,8%, Centro € 122.144, pari al 22,5%, Nord € 242.250, pari al 44,6%. Quindi la Repubblica Italiana, antifascista, antimafia, antiguerra, antirazzista - e chi piu' ne ha piu' ne metta - e' anche anticostituzionale, per l'abiura dei Principi Fondamentali della Sua Carta costitutiva: art. 1-5. Nei fatti, la Repubblica italiana e' antimezzogiorno. La Repubblica Italiana (Stato, Enti, Fondi) ha speso, nel 2008, per ogni cittadino le seguenti somme: per un cittadino del Mezzogiorno € 8.913, per un cittadino del Centro € 9.650, per un cittadino del Nord € 11.003. Questo e' l'arcano del federalismo padano, del grande Partito del Nord, il nucleo concreto di interessi da difendere. Il tessuto connettivo della societa' padana e' la spesa pubblica.
3. Concludo, son stufo; l'interpretazione del federalismo che ne danno i padani fa inorridire chi ha avuto la ventura di studiare Diritto Costituzionale e Comparato; ma tant'e', l'utilizzo, a dir poco improprio ed approssimativo, del termine e' - sin'ora - oscillato a seconda della convenienza tattica del partito che li rappresenta quasi in esclusiva. Comunque, se l'ultima versione e' quella definitiva, ma non ci giurerei, esso scarichera' sul Mezzogiorno, ed in parte sul Centro, i costi del risanamento dei conti delle regioni del Nord, comprese quelle autonome, il cui debito specifico appare abnorme, sia rispetto al pil relativo, che al numero dei cola' residenti (pil/f.l.). 
I decision leaders del governo brianzolo hanno indicano nello strumento della Finanziaria la scure per tagliare – sempre piu' – i capitolati di spesa; sia quelli generali, ossia quelli che riguardano le amministrazioni centrali (sanita', scuole, trasporti ecc.) che quelli specifici, per lo sviluppo delle zone svantaggiate o per la cultura, o altro ormai marginale. Sono convinti che il Nord sia attrezzato al passaggio verso una gestione dei servizi sempre piu' privatizzata e localistica. A mezzo dei decreti legge, il Governo brianzolo continuera' a trasferire risorse verso Nord, col pretesto del pil regionale comparato. Cosa che ha assunto l'aspetto del vezzo storico; chiunque abbia un minimo di dimestichezza con le percentuali, sa che codesta pratica si palesa ideologica, giustificativa di decisioni passate, quindi non riformatrice, fortemente statica, e facilmente sostituibile da indicatori piu' onesti, rivolti al futuro, non atoni. In questo quadro, il Mezzogiorno ed – in misura inferiore – il Centro, sono destinati ad una lunga fase di poverta' relativa, ad una epocale ondata di emigrazione, sia verso il Nord che verso il vero Nord: l'Europa.
Grecanico
Fonti: Supplementi al Bollettino Statisticoplementi
(1) Banca d'Italia, EUROSISTEMA, Supplementi al Bollettino Statistico, Indicatori monetari e finanziari, Nuova serie Anno XX – 29 Ottobre 2010, N. 56, Pagg. 6, 7. Statistico
(2) Compendio Statistico Italiano 2009, SISTEMA STATISTICO NAZIONALE ISTITUTO NAZIONALE DI STATISTICA, ISTAT. Stampato nel mese di luglio 2010 per conto dell’Istat presso RTI Poligrafica Ruggiero Srl - A.C.M. SpA., Zona industriale Pianodardine – Avellino. Si autorizza la riproduzione a fini non commerciali e con citazione della fonte.
(3) MINISTERO DELL’ECONOMIA E DELLE FINANZE
DIPARTIMENTO DELLA RAGIONERIA GENERALE DELLO STATO, Servizio Studi - Ottobre 2010.
(4) Comunicato Stampa ISTAT,  27 ottobre 2010  Struttura e competitività del sistema delle imprese industriali e dei servizi, Anno 2008.

Ahinoi, l'Assessore e' un coglione.


Protezione civile: Puglia in emergenza per il maltempo? Non risulta.
ROMA 06 Novembre 2010 – «Stupiscono le affermazioni dell’assessore alla Protezione civile della Puglia Fabiano Amati», perchè dalla Puglia «non è arrivata nessuna richiesta di stato di emergenza». Lo afferma la Protezione civile. Amati ha dichiarato che «la Puglia è stata 'dimenticatà « dal provvedimento con cui ieri il Consiglio dei Ministri ha dichiarato lo stato di emergenza e stanziato un primo contributo per Veneto, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Toscana e Calabria.
«Le cinque regioni – spiega una nota della Protezione civile – che ne avevano fatto richiesta a seguito dell’ondata di maltempo degli ultimi giorni che ha causato vittime, frane e allagamenti in diverse aree del Paese». «Nessuna richiesta in tal senso – prosegue la nota – è pervenuta, invece, dalla Regione Puglia al Dipartimento della Protezione Civile, che ha comunque seguito da vicino le criticità che hanno interessato quel territorio anche attraverso numerosi contatti telefonici tra il Capo Dipartimento, Guido Bertolaso, e il Prefetto di Foggia e il deputato foggiano Angelo Cera».
«Nessuna dimenticanza nè intenzione di escludere dal provvedimento la Puglia. L’assessore Amati, che conosce bene le procedure che disciplinano la dichiarazione di stato d’emergenza nazionale avendo anche partecipato di persona a riunioni presso la sede del Dipartimento della Protezione Civile a Roma rispetto ad altre situazioni di criticità che interessano la sua regione - conclude la nota – non può certo ignorare che non è possibile per il Dipartimento trasmettere al Consiglio dei Ministri una richiesta di riconoscimento dello stato d’emergenza che non è mai stata avanzata».

LA NOTA POLEMICA DELL'ASSESSORE AMATI
«La Puglia è stata dimenticata dal provvedimento con cui il Consiglio dei Ministri ha disposto uno stanziamento di 20 milioni di euro alle Regioni Veneto, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Toscana e Calabria per fronteggiare i primi interventi urgenti post alluvioni». Lo sottolinea in una nota l’assessore alle Opere pubbliche e Protezione civile della Regione Puglia Fabiano Amati a proposito della decisione assunta ieri dal Consiglio dei Ministri di dichiarare lo stato di calamità, destinando 20 milioni di euro a cinque Regioni italiane colpite dall’alluvione dei giorni scorsi.
«Pur esprimendo le felicitazioni per i cittadini delle altre regioni – ha detto Amati –  rilevo che la Puglia, sia pur in dimensioni inferiori, è stata colpita dall’alluvione. Come faccio a spiegare a Zapponeta, Margherita di Savoia, Leverano, Carniano eccetera che ci hanno cancellato anche dai dispacci meteo?». «Mi appello al ministro Fitto affinchè si possa sanare questa ingiustizia. Nei prossimi giorni comunque contatterò tutti i parlamentari pugliesi – annuncia Amati – per chiedere aiuto, chiedendo la testimonianza diretta  sull'emergenza all’onorevole Gabriella Carlucci, testimone oculare di quanto accaduto, in quanto Sindaco di Margherita di Savoia».
Commento, di grecanico.
Fuor di dubbio, il tizio e' un coglione, che puo' - da perfetto coglione, sia pur capace di esprimere felicitazioni dopo un disastro - espletare la funzione di Assessore per il contrasto, appunto, dei disastri.

Fonte:
http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/notizia.php?IDNotizia=380583
 

venerdì 5 novembre 2010

Il tricolore del Nord il tricolore del Sud


di Lino Patruno
05 Novembre 2010
Facciamoci caso. Appena il Sud alza la voce, qualcuno si indigna perché si comprometterebbe il <senso di identità nazionale>. Insomma il Sud non più muto minaccerebbe l’Unità d’Italia proprio mentre se ne celebrano i 150 anni. Strano che nessuno si sia inalberato quando dritto dritto di secessione parlava la Lega Nord. Anzi, per dimostrare la parità di trattamento, la si è fatta accomodare con tutti gli onori al governo. E strano che si sia gridato allo scandalo per un tricolore bruciato a Terzigno nella rivolta della monnezza, mentre è solo folklore il tricolore vilipeso ogni minuto da Bossi e compagni.
Il Sud che parla non va ascoltato, ma messo sùbito a tacere come neoborbonico, nostalgico di quell’innominabile Regno del Male. E il Sud che parla non vorrebbe migliorare il suo futuro, ma tornare al suo infame passato. Così qualsiasi libro di storia diversa da quella finora raccontata non è storia ma delirio, come se qualcuno avesse il monopolio della storia. Con la classica domanda: ma a che serve? Se non ad aprire gli occhi sulla storia, dovrebbe servire a capire ciò che bolle nel ventre del Sud. Capire prima di dire, zitto tu che sei sporco e cattivo. Capire prima di accusare il Sud di minacciare un’Unità dalla quale è fuori.
Epoi, squilibri fra aree ci sono in tutta Europa, altrimenti non ci sarebbero gli interventi per eliminarli. Ma non risulta che altrove gli abitanti meno ricchi siano considerati esseri inferiori cui non concedere nemmeno la parola. La Germania, per dire, sempre sbattuta in faccia al Sud, imparate da loro. Per portare l’Est riunificato al livello dell’Ovest ha speso cinque volte quanto speso dalla Cassa per il Mezzogiorno: cinque volte. Ma dopo vent’anni le differenze di reddito sono più o meno pari alle nostre. Eppure i territori dell’Est sono considerati i più colti e chic del Paese. E se finora la parità non è stata raggiunta, nessuno si è sognato di dire che dipende dalle persone e non dalle politiche adottate.
Ora il ministro Tremonti, che non va a cena con i neoborbonici, dice che per il Nord e il Sud non ci può essere la stessa ricetta economica. Il Nord deve competere con l’Europa e il mondo, il Sud deve competere per avvicinare il Nord. Purtroppo 150 anni dimostrano che i piani <speciali> per il Sud sono sempre stati forme tardive (e inefficaci) di riparazione per tacitare la coscienza: se i buoi sono usciti dalla stalla, inutile riparare la porta. Non andavano fatte politiche nazionali che danneggiassero il Sud, questa la verità. E dall’Unità in poi è sempre andata così, come ammettono ora anche molti storici con la puzza al naso. Un esempio a caso, la <svalutazione competitiva> della lira: se ne teneva giù il valore per favorire le esportazioni a basso prezzo. Una manna per gli industriali del Nord, una iattura per la gente del Sud che con quella lira svalutata si impoveriva.
Il problema è trovare il punto di svolta per il Sud. E’ innescare la scintilla della ripartenza, come se fosse il Bari di Ventura. Ricordando sempre come sia imbarazzante rispondere a chi obietta a modo suo sconcertato: ma state ancora lì, nonostante tutti i soldi che vi abbiamo dato? Tutti gli Istat, le Svimez, le relazioni storiche dello stesso ministero di Tremonti dimostrano che questi soldi non sono mai stati in aggiunta al normale. E che, di riffa o di raffa, al Nord ne è stato dirottato il grosso. Gli hanno creato un mercato comodo, protetto, garantito per i suoi prodotti. E hanno addomesticato il consenso politico per continuare così. Ma vai a scalfire il pregiudizio. Mezzo Paese non sopporta l’altro mezzo, altro che <senso di identità nazionale>. Ma dovrebbe essere il Sud a cominciare a dire cosa gli serve. Cominciare a dire che non vuole più uno statalismo senza Stato come finora: vi mando i soldi (un inganno) ma non vi faccio le strade, non vi do i treni puliti e veloci, non vi combatto la criminalità, non vi alleggerisco la burocrazia, non vi commissario i sindaci che trascurano la raccolta differenziata dei rifiuti. Basta che consumiate. Lo statalismo senza Stato è la peggiore istigazione per la cattiva amministrazione al Sud.
Ora pare che l’ennesimo <Piano per il Sud> preveda le grandi opere: ma sono le stesse attese da una vita. Con pochi progetti ma ponderosi e interregionali. Va bene. Ricordando, per dovere igienico, che la Salerno-Reggio Calabria è ancora lì perché, chiuso un cantiere, mancano sempre i fondi per l’altro. E ricordando che la prima scintilla può venire dalla detassazione degli investimenti al Sud, sempre sventolata ma mai contrattata seriamente a Bruxelles. Ma se anche questo santo e questa festa passeranno, resteranno gli indici puntati sulla vergogna del Sud. Dimenticando che senza Sud non cresce l’Italia. E che allora davvero il federalismo trionferà: ciascuno si tiene il suo, tranne voti e consumi del Sud. Alla faccia dell’Italia unita.
Fonte:

Il Governatore Draghi non e’ un pinocchio



Draghi: “(…) La crescita del prodotto per abitante in Italia si va riducendo da tre decenni: siamo passati da un aumento annuo del 3,4 per cento negli anni Settanta, a uno del 2,5 negli anni Ottanta, dell’1,4 negli anni Novanta, alla stasi dell’ultimo decennio. Talvolta, viene notato come questi andamenti siano medie di un Nord allineato al resto d’Europa e di un Centro-Sud in ritardo. Ma così non è. Anche se le carenze di social capability sono più marcate nel Mezzogiorno, e contribuiscono a spiegare i divari nei livelli di sviluppo civile ed economico, la stagnazione della produttività nel decennio precedente la crisi è stata uniformemente diffusa sul territorio. È un problema del Paese.”

Fonte: Lezione Magistrale del Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, Ancona, 5 novembre 2010, Convegno in ricordo di Giorgio Fua’ “Sviluppo economico e benessere”.

Intervista a Jean Noel Schifano, di Pietro Treccagnoli.


3 novembre 2010. È appena uscito dallo studio di registrazione di France Culture, dove s’è parlato dell’Italia e della monnezza e lui, Jean-Noel Schifano, s’è fatto in quattro per spiegare che Napoli non va lasciata sola, che va amata. Lo scrittore francese ha scritto numerosi libri su Napoli, ama firmarsi Civis Neapolitanus e al Sud ha dedicato anche l’ultima sua opera, «Le vent noir ne voit pa où il va») uscita in Francia il 5 maggio («L’anniversario della partenza dei Mille, una sciagura nazionale»). SCHIFANO vorrebbe pure provarci a mettere tra parentesi la tragedia dei rifiuti napoletani, ma non ci riesce è più forte di lui. E la curiosità nella sua Parigi è sempre alta. E gli tocca sfogarsi, con l’irruenza che gli è abituale. «Quando il sangue dei napoletani scorre sul Vesuvio, la situazione è allarmante» esordisce amaro. Be’, adesso scorre anche più a Nord, a Giugliano... «Lo so, lo so. Quello che hanno fatto nelle campagne tra Caserta, Castelvolturno e Napoli, è il Ground Zero della storia contemporanea dell’Italia, che ormai possiamo ribattezzare come il Brutto Paese». Che impressione le fanno i cumuli di monnezza che stanno imbrattando di nuovo la «sua» Napoli? «Una grande dolore. Ma trovo ancora peggiore la frase di Bertolaso per il quale ”l’eruzione del Vesuvio non sarebbe una tragedia”. Ha mostrato il disprezzo del bravo leghista e la suprema inciviltà del capo della Protezione civile. Vogliono neronizzare Napoli e tutta la Campania con la monnezza. Odiano Napoli per la sua trimillenaria intelligenza, per la sua civiltà. Così la sfruttano, come l’hanno sfruttata in questi 150 anni di Unità». È diventato, per caso, un leghista del Sud? «Per niente. La Lega è razzista. I napoletani, invece, sono stati gli unici nel mondo cattolico a rifiutare l’Inquisizione e non hanno mai costruito ghetti per gli ebrei. E ora non ne possono più. È come se fosse resuscitato il generale Bixio e volesse bruciare vivi i nuovi briganti, contadini, operai, studenti, professionisti e artigiani del ventunesimo secolo. Ma Napoli, la sua terra e il suo vulcano, tormentati, violentati e straziati, resisteranno con tutte le forze. Questa gente è ancora lì, al potere, perché Napoli e il Sud non hanno ancora trovato il tempo di civilizzare il Nord dell’Italia». Lei ama giocare con i paradossi. «Possiamo anche chiamarli paradossi, ma non è così». Sogni, magari speranze. «Io ragiono sulla Storia, fuori dagli schemi imposti dagli altri. E dico che tutti i mali di Napoli nascono a Roma. In un secolo e mezzo hanno fatto di tutto per trasformare la grande capitale che nei secoli è stata Napoli in una città-bonsai, privandola di banche, ferrovie, cantieri navali e opere d’arte. L’hanno trasformata in una città assistita da tenere al guinzaglio. E ora gli lasciano la monnezza, dopo che gli hanno portato per decenni i rifiuti tossici delle fabbriche del Nord». Ma, in tutto questo caos, i napoletani non hanno nessuna responsabilità? «I napoletani oggi sono più vittime che mai. E meno male che hanno cominciato a ribellarsi. Non ne possono più e anche chi, come me, ora ama Napoli non ne può più». Cosa pensano i francesi di questa nuova tragedia dei rifiuti? «Non capiscono niente. Vedono solo il lato burattinesco di Berlusconi. E si sono convinti che l’Italia sia un paese poco serio». E magari non verranno più a Napoli. «Verranno, verranno ancora. I voli Parigi-Napoli sono sempre pieni. Per i francesi la bellezza di Napoli sono i napoletani e non il suo paesaggio». Magari vengono a scattare foto dei cumuli di monnezza. Un turismo in cerca dell’oleografia nera. «Non è così. I francesi sono troppo tirchi per buttare soldi per andare a visitare luoghi brutti. Avete un patrimonio culturale e umano invidiato in tutto il mondo» Ma non è, come al solito, troppo benevolo. «Dovete smetterla di ingiuriarvi da soli». Rivolga un appello ai napoletani, allora. «Siate ancora più napoletani di quanto siate mai stati. È l’unico modo per vincere una partita che gli altri stanno giocando con carte truccate. Siate napoletani e non fatevi sommergere dalle menzogne che sono peggiori della monnezza. Napoli si salverà dall’Italia solo ridendo dei bunga-bunghisti».
Articolo non rintracciabile, o rimosso, dal sito del Mattino di Napoli. 

giovedì 4 novembre 2010

Tanto ti dovevo, nonna. Ciao


di grecanico
Panebianco e’ un cognome di origine sicula, zona Catania, da dove gli antichi romani ritiravano il grano duro. Il migliore. Ancor oggi con la semola di grano duro si prepara il pane bianco, al Sud; il migliore. Al mondo. Come sia potuto accadere non lo so, ma che questa meraviglia abbia potuto prestare la sua denominazione merceologica ad Angelo, appunto Panebianco, rimarra’ per me il sesto mistero glorioso. 
Oggi Panebianco ha sfornato un Editoriale, del tipo Analisi Politilogica. Sul Corsera. Una roba degna degli angeli. Leggero, quasi superficiale, una torta al burro. Niente a che vedere con la saporita fragranza del pane del Sud. Niente da fare, chi emigra, di persona o nei testicoli di papa’, cambia gusti, spesso crede di dover essere, appunto, leggero nell’uso dei termini, come quasi superficiale nei riferimenti che, a Suo parere, dovrebbero sostenere l’impianto dell’Analisi Politologica. Un esempio?: “Possiamo pensare alla politica come a una torta a due strati: c’è uno strato superficiale e uno sottostante.” Magari il Nostro caro Angelo l’ha lievitata con il Pane degli Angeli.
Per un buon tratto, l’Analisi ci illustra delle cose che hanno il gusto dell’ovvio e dello scontato, con riferimenti all’asimmetria nord/sud e dei dislivelli che la D.C. sapeva lenire. Come tutti i trapassati a miglior vita, anche la D.C. aveva i Suoi meriti. Amen.
Ma fin qui, come si dice a Roma, non ce ne po’ frega’ de meno. E se la Lezione Politologica si fosse dilungata e conclusa sulla falsariga pasticceria, a quest’ora sarei al mercato del pesce. Con il Corsera, mi serve per incartare il pagello. Ma non e’ cosi’. Il Nostro caro Angelo tende, nella conclusione, a spararle grosse, sia in superficialita’ che in assiomi; si legge: La leggenda nera sull’Italia unita nasce subito dopo l’unificazione nutrendosi di fatti veri (l’occupazione piemontese, la spietata guerra al brigantaggio, il peggioramento delle condizioni delle campagne, la grande migrazione verso le Americhe)” Ora si da il caso che uno, invaso, occupato, espropriato, perseguitato, torturato, impoverito, fucilato e costretto ad emigrare nelle Americhe, non dovrebbe – secondo Lievito Panebianco – leggere questi fatti piattamente, senza spirito critico, insomma con una leggere incazzatura, ma inserirli in “una visione più ampia, nella quale la partita del dare e dell’avere fra le regioni ricche e quelle povere svelerebbe il proprio carattere autentico: quello di un complesso interscambio che ha portato, nel lungo periodo, più vantaggi che svantaggi all’intera comunità nazionale.” Panebianco? Mi scusi, Emerito, ma Lei ci fa o ci e’? Lei ci dice, quasi quasi esplicitamente, che i Meridionali sono cornuti, e che un po’ di mazzate aggiunte non guastano. Bisogna avere spirito critico, una visione ampia, vero Panebianco?
Adesso sarei un po’ stufo di Lei, Emerito Professore, dei Suoi ragionamenti politologici, ma devo concludere, lo devo alla memoria di mia Nonna. Mi ha raccontato i fattarielli del nonno e del bisnonno.
Lei completa il Trattato: “Il secessionismo culturale del Sud, nonostante il suo successo e la sua diffusione, ha il fiato corto. A differenza di quello del Nord non può tradursi in secessionismo politico: non dispone dei soldi. Può però avere l’effetto di esasperare ulteriormente il secessionismo nordista.”
Cos’e’ blandisce, o minaccia? Comunque sia, se i padani si esasperano sono fatti loro; sa Professore, gli anziani urlano, sbraitano, votano, ma non possono niente di piu’ o di diverso. Cosa vuole che facciano, l’esercito dei paraplegici ottuagenari? O comanderanno i soldati, del Sud, di sparare ai loro genitori? Noi non abbiamo soldi? Forse, ma il patrimonio complessivo del Mezzogiorno e’ piu’ solido di quello del Nord, e siamo piu’ giovani, molto piu’ giovani, e piu’ numerosi, piu’ incazzati, piu’ agganciati all’estero, possiamo sostituire facilmente i fornitori del Nord, cosa che non e’ possibile per loro. Possiamo sostituire facilmente i prodotti del Nord, e loro possono fare a meno di un mercato di venticinque milioni di consumatori? I nostri prodotti sono insensibili al mercato del nord - forse non lo sa - ma spesso vanno all’estero, che compra, addirittura, in anticipo, pur di averli. Lo sa che il 50% della raffinazione del petrolio in Italia e’ allocata in Sicilia? Lo sa che il 10% del fabbisogno di petrolio in Italia e’ coperto dalle estrazioni in Basilicata? Lo sa che nel mezzogiorno ci sono 46 distretti industriali? Lo sa che il peso maggiore debito pubblico e’ prodotto al Nord? Numeri che bastano ed avanzano. Adesso son proprio stufo. Vado al mare. A parlare con i pagelli, quelli ne capiscono di tortellini. Ciao Nonna.
Fonte:
(vedi articolo in …e sotto, come va?)

mercoledì 3 novembre 2010

Lombardo e' tunnu, non lùoccu: la raffinazione in Italia.


La segue tabella mostra la capacita' di raffinazione del petrolio in Italia, ripartita per zona geografica. Fonte: Unione Petrolifera
Totale Raffinazione in Italia:
capacità di raffinazione in milioni di tonnellate al 1° gennaio 2007:
106,30
lavorazioni effettive di greggio, semilavorati, additivi, ecc. in milioni di tonnellate nell'anno 2005:
106,55.
Totale Nord Ovest:
capacità di raffinazione in milioni di tonnellate al 1° gennaio 2007:
21,75     
lavorazioni effettive di greggio, semilavorati, additivi, ecc. in milioni di tonnellate nell'anno 2005:
20,10.
Totale Nord Est:  
capacità di raffinazione in milioni di tonnellate al 1° gennaio 2007:
6,8  
lavorazioni effettive di greggio, semilavorati, additivi, ecc. in milioni di tonnellate nell'anno 2005:
6,64.
Totale Tirreno:     
capacità di raffinazione in milioni di tonnellate al 1° gennaio 2007:
10,35     
lavorazioni effettive di greggio, semilavorati, additivi, ecc. in milioni di tonnellate nell'anno 2005:
11,23.
Totale Adriatico: 
capacità di raffinazione in milioni di tonnellate al 1° gennaio 2007: 
9,40
lavorazioni effettive di greggio, semilavorati, additivi, ecc. in milioni di tonnellate nell'anno 2005:
10,08.
Totale Isole: 
capacità di raffinazione in milioni di tonnellate al 1° gennaio 2007: 
58,00     
lavorazioni effettive di greggio, semilavorati, additivi, ecc. in milioni di tonnellate nell'anno 2005:
58,50.

Comunicato Stampa N° 176 del 2 novembre 2010 ministero dell'economia e delle finanze.


Commento in io@grecanico.
FABBISOGNO DEL SETTORE STATALE DEL MESE DI OTTOBRE 2010
Nel mese di ottobre 2010 si è registrato un fabbisogno del settore statale pari, in via provvisoria, a circa 7.500 milioni, inferiore di circa 3.500 milioni rispetto all'importo di 11.054 milioni realizzato nel mese di ottobre del 2009.
Nei primi dieci mesi del 2010 si è registrato complessivamente un fabbisogno di circa 72.000 milioni, inferiore di circa 11.500 milioni a quello dell'analogo periodo 2009, pari a 83.452 milioni.
Il fabbisogno del settore statale del mese di ottobre 2010, rispetto allo stesso mese del 2009, riflette una contenuta dinamica della spesa dell'Amministrazione statale e lo slittamento al mese di novembre di alcuni pagamenti. 
Dal lato degli incassi il saldo del mese sconta, in linea con le stime, il minor gettito dell'imposta sostitutiva su interessi e altri redditi da capitale, in larga parte compensato dal buon andamento complessivo degli altri incassi fiscali.
————
Roma, 2 novembre 2010
Per ulteriori informazioni - For further information:
Ministero dell'Economia e delle Finanze
Ufficio Stampa Press Office

martedì 2 novembre 2010

Taverna del Re, manifestanti davanti ai blindati dei carabinieri


Taverna del Re, manifestanti davanti ai blindati dei carabinieri
Cittadini esasperati tentano di fermare i camion e si piazzano anche contro i mezzi delle forze dell'ordine
NAPOLI - Ancora tensioni e ancora scontri oggi a Taverna del Re, il sito di stoccaggio rifiuti di Giugliano riaperto pro tempore (un mese) dal presidente della Provincia di Napoli Luigi Cesaro per tamponare l'emergenza. Il presidio dei cittadini da giorni prova ad impedire il transito degli autocompattatori diretti al sito che già ospita le piramidi di ecoballe (6 milioni di cubi di spazzatura «imbustata» e non smaltibile). Le forze dell’ordine da stamattina stanno stringendo i manifestanti lungo le cunette laterali della strada. Alcune persone si sono però «smarcate» piazzandosi addirittura davanti ai mezzi dei carabinieri. Dinanzi al corteo dei manifestanti c’èun uomo che sventola la bandiera italiana (foto).
BLOCCO - Nel tentativo di fermare i camion di rifiuti alcuni manifestanti si sono aggrappati alle maniglie degli autocompattatori. I carabinieri e la polizia stanno tentando di riportarli a terra. Un uomo è caduto battendo la testa a terra. Dopo 40 minuti di corpo a corpo tra forze di polizia e manifestanti all’interno del sito è entrato un solo autocompattatore. Una giovane, che protestava, è stata colta da malore.
COLA PERCOLATO DAI CAMION - Gli attivisti del presidio hanno anche fatto notare la scia di percolato che cola dagli autocompattatori fermi in fila in attesa di entrare nel sito. Per tale motivo è stato richiesto l’intervento immediato delle autorità sanitarie. Al momento, in fila, si contano una trentina di automezzi provenienti per la maggior parte dalla città di Napoli.
FIACCOLATA: «GIUGLIANESI SVEGLIATEVI» - E stasera alle 19 è prevista una fiaccolata che attarverserà il centro di Giugliano. I promotori ritengono indispensabile sensibilizzare anche i cittadini del ciomune su cui insiste il sito di Taverna del Re (distante almeno 10 chilometri dal centro cittadino) perché la popolazione sembra un po' fredda rispetto alle proteste dei comitati degli abitanti della zona intorno alla discarica. «La differenza - afferma Pina Elmo del comitato promotore - c'è poco da fare, la fa la puzza. Chi non la avverte immagina che il problema possa non riguardarlo», laddove, ragionano gli organizzatori, le nanoparticelle frutto della fermentazione dei rifiuti e del percolato si sprigionano nell'aria rappresentano un problema per tutti. Anche a Terzigno e Boscoreale, del resto, le proteste si sono scatenate quando l'aria si è fatta davvero irrespirabile. Fino a quel momento in pochi si erano mossi contro gli sversamenti nella discarica ex Sari, iniziati due anni fa.
Alessandro Chetta - 02 novembre 2010
Fonte:

Manifestanti bloccano camion dell’immondizia pieni


Articolo di Politica interna, pubblicato lunedì 1 novembre 2010 in Svezia.
[Dagens Nyheter]
Torre Annunziata. Aurelio Picarella è dobbiamente arrabbiato quando di mattina esce dalla sua casa in affitto con le buste dell’immondizia. La montagna di rifiuti domestici sul marciapiede si avvicina ai due metri. “È incomprensibile. Inoltre pago quasi 500 euro all’anno per la tassa sui rifiuti perché la raccolta dell’immondizia funzioni”.
Ma la raccolta non funziona e ha raramente funzionato qui in Campania, una regione con 5,8 milioni di abitanti. L’attuale crisi dipende in gran parte dal fatto che la discarica della vicina Terzigno è stata chiusa. Berlusconi promise giovedì scorso che i rifiuti sarebbero stati raccolti dalle strade al più tardi oggi, lunedì.
Sarà difficile. Le proteste dilagano nella regione attorno alle discariche che dovranno sostituire Terzigno. A Giugliano i manifestanti si stendono per terra per fermare i camion pieni di rifiuti da Napoli, che nuovamente scaricano le immondizie qui. La polizia interviene con la forza e porta via i manifestanti.
“La discarica” Taverna del Re è stata di nuovo aperta per un mese e accoglierà provvisoriamente 10 000 tonnellate di rifiuti. Tutto ciò nonostante la precedente promessa dalle autorità di non utilizzare più la discarica.
In realtà non si tratta di una discarica, ma soltanto di una stazione temporanea di scarico dei rifiuti in attesa di essere bruciati, la cui superficie corrisponde a 366 campi da calcio. Un’attesa che a quanto pare durerà decenni.
La camorra ha guadagnato molti soldi grazie alle crisi dei rifiuti che si sono succedute negli ultimi vent’anni. Politici locali corrotti hanno ricevuto la propria fetta di torta. Giuseppe, 26 anni, che vende pesce a Torre Annunziata, non si fa illusioni.
– Dove c’è l’immondizia ci sono soldi da fare. Purtroppo quando la Camorra dominava la gente aveva un lavoro. Allora non avevamo rifiuti per le strade, dice.
Lungo la strada principale, via Vittorio Veneto, avanza una processione religiosa. I credenti sono diretti al santuario della Madonna di Pompei per chiederle aiuto a risolvere la crisi dei rifiuti.
Sulla strada di fronte un gruppo di turisti si fa strada verso il mare per vedere la villa dell’imperatrice Poppea Sabina. Un monumento di 2000 anni fa, quando Torre Annunziata si chiamava Oplontis e non era famosa per i rifiuti, ma per la sua posizione presso uno dei golfi più belli al mondo.
[Articolo originale "Demonstranter stoppar fulla sopbilar" di Peter Loewe]
Fonte: