martedì 30 novembre 2010

Napoli, in galleria Umberto l'albero di Natale ma questa volta con l'«antifurto»


NAPOLI (30 novembre) - Torna l’albero di Natale nella Galleria Umberto. Più grande, già pieno di bigliettini, e stavolta con l’«antifurto».

Negli ultimi anni non è mai venuta meno la triste «tradizione» del raid vandalico pre-natalizio e del conseguente furto dell’abete. Stavolta, con un paio di settimane d’anticipo, l’albero è tornato in Galleria ma «blindato».
Innanzitutto è stato zavorrato in modo tale da rendere complicatissimo l’eventuale furto. Ma soprattutto quest’anno la Galleria è presidiata 24 ore su 24 dalla polizia municipale e dal sistema di videosorveglianza attivato dall’amministarzione comunale. «Abbiamo anticipato l’installazione dell’albero - spiega Antonio Barbaro, presidente del Centro commerciale, proprio per dare un segnale alla città e ai turisti: un messaggio in controtendenza rispetto alla crisi delle ultime settimane».

Un colpo di luce nella città della crisi dei rifiuti, insomma. «E ci auguriamo che anche quest’anno siano tanti i bigliettini lasciati dai turisti stranieri», dice Barbaro. L’abete con i messaggi è stato spostato sul lato dell’ingresso del teatro San Carlo ed è più grande rispetto a quello degli anni passati. «Siamo impegnati anche in questo servizio - dice il comandante della Polizia municipale Luigi Sementa - che si va ad aggiungere agli altri che portiamo avanti sul fronte dei controlli del corretto smaltimento dei rifiuti».
Fonte:
http://www.ilmattino.it/articolo.php?id=128715&sez=NAPOLI#

Rifiuti, l’ultimo Consiglio


“Consiglié, qua non si fuma. Ci siamo capiti, in aula non si fuma”.

Giovedì 25 novembre, è mezzogiorno quando scocca l’ora del Consiglio comunale solenne sull’emergenza rifiuti. A munnezza che da giorni assedia Napoli. Dai quartieri spagnoli a Ponticelli, dall’Albergo dei Poveri a Foria, fino al Vomero.

Il Consiglio inizia male, con un battibecco tra il presidente e un consigliere che, incurante del divieto, strafottente delle leggi, stringe tra le labbra una Marlboro. “Presidé, quella è spenta, e che volete fare un processo alle intenzioni?”. Risata generale nell’aula. Aula angusta, brutti colori, una tribuna stampa e dieci posti appena per il pubblico. “E’ stretta, ma quando ci sono occasioni speciali ci riuniamo altrove”, si giustifica un’impiegata. E questa cos’è, se non una occasione speciale?

Da settimane la città è un’enorme discarica, il turismo crolla, i bambini, le creature, vanno a scuola con la mascherina sul viso facendo lo slalom tra zoccole (topi) e sacchetti neri sventrati, ma qui di consiglieri presenti ce ne sono a malapena 35 su 61. Distratti, sfatti, sfrantummati, annoiati e con il pensiero alle elezioni prossime venture. Perché a maggio a Napoli si vota, si archivia l’ultima puntata della telenovela Bassolino. E chi ha voglia di mettersi a litigare ‘ngoppa ‘a munnezza.

Rosa Russo Iervolino, decenni fa pupilla della Dc, da dieci sindaco supervotato di Napoli, è la maschera della disperazione. Ha affidato a Paolo Giacomelli, un uomo per bene, un tecnico, uno capace e competente nella città degli arruffoni, il compito di fare una relazione sulla nuova “peste di Napoli”. Giacomelli parla di percolato, rifiuti solidi urbani, frazione umida, differenziata, codici, normative europee. I 35, che nel frattempo sono si sono ridotti a sette-otto perché la relazione è lunga e si è fatta l’ora della “colazione” (a Napoli chiamano così il pranzo veloce) e tutti sono alla buvette. Consiglié, vulite ‘o Campari o ve faccio ‘o café?, come nella canzone di De André. Ma quelli scelgono il “panzarotto”. Per la munnezza c’è tempo.

Il mite e competente Giacomelli ha finito la sua relazione, raccoglie il plauso di tutti, finanche del capogruppo del Pdl. Un onore alle armi. Un sussulto ce l’ha il consigliere Mastranzo (Pdl): “Sindaco, in questa munnezza manco i topi campano più”. La Iervolino ascolta, lo guardo perso negli orribili arazzi di stampo tristemente modernista che coprono le pareti dell’Aula. A maggio il suo calvario sarà finito, ora toccherà ad altri governare la città ingovernabile. Berlusconi e il centrodestra nazionale la attaccano, Bossi invoca le manette. Lei risponde rassegnata tranquillità: “Suonano una canzone stonata, lasciateli fare”.

Si parla nel Consiglio comunale di Napoli, ma tanto per fare, per dare aria ai denti. Perché tutti sanno che nell’aula di questo brutto palazzo, stretto tra il marciapiede e le transenne dei lavori infiniti della nuova metropolitana, non si decide il destino di Napoli. Mai il destino della città si è deciso nel suo Consiglio comunale. Neppure ai tempi de “le mani sulla città”, la grande speculazione edilizia del dopo Lauro. Francesco Rosi ci fece un film memorabile. Epici gli scontri tra il costruttore laurino Nottola (Rod Steiger) e il potente gavianeo consigliere comunale Maione (un monumentale Guido Alberti). “Eccolo là, quello è l’oro della città”, dice Nottola- Steiger indicando i nuovi palazzi e le colate di cemento.

L’oro, e la dannazione, della città degli anni Duemila è la munnezza. Che trascina altrove le decisioni, ben oltre Piazza Municipio e Santa Lucia. Forse a Casal di Principe, terra di camorristi e politici che hanno edificato le loro fortune su montagne di rifiuti. Oppure a Palazzo Grazioli, dove, dopo ore e giorni di mediazioni di un indebolito Berlusconi con i Cosentino, i Cesaro, i Martusciello, i Sibilia, e gli altri potenti “azzurri” sotto il Vesuvio, si sceglierà il prossimo sindaco di Napoli. I destini di Napoli non si decidono certo in casa Pd, dove piccoli potentati al tramonto combattono una lotta feroce per l’eredità di Rosetta, e nessuno ha un nome credibile. Non c’è un Maurizio Valenzi, l’uomo che prese sulle spalle la città dopo il colera del 1973, né un giovane Bassolino del ’93, che raccolse lo sfascio di un Comune dalle finanze dissestate, con 18 consiglieri su 80 inseguiti da ordini di cattura. Napoli ai tempi della munnezza non ha speranze.
Fonte:
http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/11/29/rifiuti-l’ultimo-consiglio/79393/

Napoli, cricca degli avvocati pagati due volte dalle Asl: truffa milionaria


NAPOLI (29 novembre) - Devi uno ma paghi due: una truffa milionaria in piena regola quella che sta emergendo a Napoli, protagonisti la Asl Napoli 1 e una cricca di avvocati.

Oggetto sono i crediti vantati dagli operatori sanitari (farmacisti e laboratori): grazie a un sofisticato meccanismo messo in atto tra aziende sanitarie, società di intermediazione e gruppo di legali, la Asl Napoli 1 ha pagato due volte la cifra dovuta.
Con il risultato di sborsare 28 milioni di euro a beneficio della cricca di avvocati, invece dei 14 milioni previsti dai crediti. Un giro ricostruito dalla Procura di Napoli dopo un blitz in studi legali e uffici privati. L’inchiesta condotta dal pool di mani pulite della Procura partenopea è appena agli inizi ma delinea ipotesi di reato del calibro di associazione a delinquere, usura e truffa. Ora si cercano i complici degli avvocati nelle aziende sanitarie napoletane.
Fonte: 
http://www.ilmattino.it/articolo.php?id=128729&sez=NAPOLI#


La Sicilia automobilistica “estromessa” dal resto d’Italia


di Sebastiano Ambra
Una faccenda legata a 9 euro che il ministero dei Trasporti vorrebbe dalla Regione Siciliana per ogni revisione. Alla base di tutto un problema di comunicazione e la Polizia non esita a fare i verbali.

CATANIA - “Tutto è cominciato il 17 agosto 2009, e poi è spuntato il ministero dell’Interno”. L’ingegnere Anfuso, dirigente del Servizio Veicoli della Motorizzazione Civile di Catania, non ha moltissimo tempo per parlare – “devo fare esami”, precisa – ma ci tiene comunque a provare a fare chiarezza, perciò parte da lontano. Perché la questione della Sicilia automobilistica in qualche modo estromessa dal resto d’Italia è questione delicata. “Diciamo che è una faccenda burocratica, ma credo nasca dalla cattiva informazione”.
Succede, per farla breve, che gli automobilisti che varcano lo Stretto in direzione Nord possono trovarsi improvvisamente senza carta di circolazione. “In diversi casi è successo: la polizia stradale ha fatto il verbale e sequestrato la carta di circolazione. Ma sono i casi più estremi”. Già, e il bello che gli automobilisti non hanno un briciolo di colpa.
La faccenda è legata a sole 9 euro, 9 euro che il ministero dei Trasporti vorrebbe dalla Regione Siciliana per ogni revisione. Partendo da lontano si scopre che quell’estate del 2009 il ministero dei Trasporti fece “una modifica nella stampa dei cedolini: in pratica la Sicilia li stampa in proprio scrivendoci sopra ‘Regione Siciliana’. Essendo regione autonoma – spiega Anfuso – tutte le somme per diritti vengono incamerate dall’amministrazione regionale, perché la Regione fa tutto in proprio, stampando in proprio pure quella striscetta della revisione.

Questo però ha fatto sì che non venisse trasmessa la notizia della revisione all’Archivio Nazionale Veicoli, sebbene la Sicilia avesse provveduto a comunicare al ministero dei Trasporti, a quello dell’Interno e alle forze di polizia la notizia. Infatti – continua – non è che la polizia stradale siciliana sia diversa da quella del resto d’Italia… Solo che in Sicilia chi controlla gli automobilisti si collega online col portale dell’UniCredit, ossia il sito che attraverso l’inserimento del numero di targa e del codice antifalsificazione permette di accertare l’effettiva revisione del veicolo siciliano, mentre dalla Calabria in poi questo non avviene”.
Ecco spiegato il problema legato al ministero dell’Interno: in pratica oltrestretto la polizia non fa il controllo tramite UniCredit, ma si basa sul controllo nell’Archivio Nazionale Veicoli, e in quel caso sorge chiaramente il problema. “Per fortuna sono in molti a contattarci per accertare l’avvenuta revisione, evitando il sequestro della carta di circolazione”. In effetti suona davvero strano che chi ha pagato regolarmente debba venir punito, sommando al danno pure l’ulteriore beffa di dover subire tutto questo, come detto, per soli 9 euro: “C’è un contenzioso di 9 euro ad automobile fra ministero dei Trasporti e Regione Siciliana: fino a quando non verrà risolto, il problema ci sarà, ma se la polizia adeguasse i controlli evitando il database nazionale e basandosi sul portale UniCredit gli automobilisti non si vedrebbero messi in mezzo”.
Già, una questione di denaro e di competenze fra Stato e Regione. A guardare bene si nota l’embrione del federalismo.

Cosa rischia l’automobilista che varca i confini regionali
CATANIA - Potrebbe ammontare a 900 euro la multa per chi da Messina si reca a Reggio Calabria con un’automobile revisionata in Sicilia, e a ciò potrebbe essere aggiunto il sequestro della carta di circolazione, il sequestro della vettura e – dulcis in fundo – la contestazione del reato di falsificazione in atto pubblico. Gli automobilisti siciliani corrono un rischio mica da niente nel provare a superare lo Stretto, e tutto perché lo Stato e la Regione Siciliana non riescono a trovare un accordo sulle competenze riguardo le somme previste per i diritti di motorizzazione. Ecco, quindi: l’Isola da una parte, che afferma che le spese di gestione della motorizzazione sono a carico suo, e lo Stivale dall’altra, che sostiene che l’importo è adducibile ad una tassa stabilita con legge nazionale e che, pertanto, i soldi debbano andare al ministero dei Trasporti. In mezzo ci stanno gli automobilisti, come il povero agrigentino che di recente nella capitale si è visto appioppare una sanzione con tanto di sequestro. La sua è stata considerata una revisione fantasma, sebbene il poveretto avesse tutte le carte in regola. Le carte, già: tra moderni portali telematici che sostituiscono gli sportelli e leggi che portano appellativi molto poco italiani, come la ben nota Devolution, rischiamo di perdere la testa. O, meglio, il portafogli.
Articolo pubblicato il 30 novembre 2
Fonte: http://www.qds.it/index.php?id=6009

Che bello parlare di Università


30/11/2010
di DOMENICO TALIA

In questi giorni tutti parlano di università, lo fanno costretti dagli studenti e dai precari saliti sui tetti delle università e in cima ai monumenti italici.

Lo fanno spesso con la stessa competenza e con la stessa scrupolosità con cui di solito discutono della formazione della nazionale di calcio. Lo fanno a volte esprimendo pareri e preconcetti su una realtà che conoscono poco o per nulla. Lo fanno in molti casi per partito preso e senza capire quanto la questione sia importante per l'intera nazione.

Quelli del Pdl perché vogliono dimostrare che il “governo del fare” è capace di fare la riforma dell'università, costi quel che costi. Quelli di FLI perché vogliono dimostrare che sono capaci di tenere Berlusconi sulla graticola e mettere il suo governo in minoranza alla Camera quando hanno bisogno o quando ne hanno voglia per ragioni che c'entrano poco o nulla con i problemi dell'università italiana. Quelli del Pd che, in maniera silente, hanno appoggiato la riforma durante tutti i lavori in commissione, salvo poi arrampicarsi sui tetti quando gli studenti e i precari li hanno costretti ad aprire gli occhi e a dover dimostrare da che parte deve stare una opposizione seria. Il giochino dei parlamentari di Futuro e Libertà è palese: un giorno votano contro la riforma mentre il giorno dopo la elogiano, come ha fatto Fini a Lecce per motivi di tattica politica, definendola “una delle cose migliori di questa legislatura". Se questa è la cosa migliore, figuriamoci cosa sono state le cose peggiori di questa legislatura! In realtà in questa partita in cui si gioca la possibile fine dell'era berlusconiana, l'approvazione della riforma dell'università è diventata un pretesto per la lotta politica all'interno della maggioranza di un governo che è ormai al capolinea. Questo scenario fa sorgere enormi dubbi sulla capacità di questa riforma e di questo governo di poter determinare nell'università italiana quei cambiamenti che sono assolutamente necessari. Che sono necessari per combattere i tanti che nell'università si sono costruiti i loro clan accademici, i tanti che usano la cattedra per il piccolo cabotaggio o per sponsorizzare le loro attività professionali, i tanti che sviliscono una delle più importanti istituzioni che gli uomini hanno saputo concepire e la usano come fosse la loro piccola bottega. Tuttavia, nonostante le tante critiche che si possono fare, sarebbe un grave errore pensare che nell'università italiana tutto sia negativo. Al contrario dei tanti luoghi comuni che esprimono solo negatività, le università italiane sono piene di luci che coabitano insieme alle tante ombre. Oltre al fatto che, come appare ovvio, le tante università italiane forniscono didattica e ricerca di qualità differente, all'interno di una stessa università vi sono facoltà e corsi di studio eccellenti che convivono con altri di bassa qualità. Ed anche in uno stesso dipartimento vi sono gruppi di ricerca di primissimo valore che sono costretti a convivere con altri gruppi la cui ricerca non è per nulla apprezzabile. Questo implica che l'esprimere un giudizio generale sull'intera università italiana o su una singola università diventa una banale generalizzazione e non rappresenta un giudizio accurato che tiene conto delle diverse realtà che in quella università convivono e che in tanti casi raggiungono livelli di assoluta eccellenza. Anche a causa di questa intrinseca complessità dell'università italiana, una riforma dovrebbe essere composita e completa altrimenti corre il rischio di peggiorare quello che di buono c'è senza risolvere i problemi di cui l'università soffre. In questo senso, la riforma, pur contenendo elementi positivi, come la modifica dei concorsi per professore, il limite ai mandati dei rettori e l'attribuzione di un ruolo primario ai dipartimenti e alle scuole, dall'altro lato introduce la figura del ricercatore precario (elemento che ha giustamente fatto innescare la protesta dei tanti giovani che nell'università lavorano e che amano la ricerca), definisce una governance universitaria di tipo aziendale che stravolge la missione dell'università italiana e introduce nella sua guida amministratori esterni guidati da logiche di business o, peggio ancora, da logiche partitiche, ed infine non immette risorse nel sistema per modernizzarlo e per sostenere l'avvio di un processo di valutazione di docenti e ricercatori che possa veramente premiare il merito e l'impegno. Anzi, al contrario prevede un forte taglio delle risorse che, rispetto agli investimenti che le altre nazioni sviluppate fanno nelle università, sono già molto limitate. Insomma, se dovesse essere approvata, questa riforma, insieme a qualche miglioria, porterebbe instabilità, perturbazioni e ristrettezze che potranno soltanto peggiorare la situazione esistente. Tutto questo è apparso evidente agli studenti e ai giovani ricercatori e per queste ragioni sono diventati arrampicatori di palazzi e monumenti. Questi ragazzi sono lì perché hanno capito che rischiano di vivere una intera vita da precari. Perché sono una risorsa per l'Italia mentre qualcuno li vuole far passare per un problema. Sono lì non certo per difendere i baroni universitari, come ha cercato di far intendere il ministro, non so se con una dose di malizia o per mancata conoscenza delle loro reali motivazioni. Questi ragazzi hanno capito che da un governo che teorizza che “la cultura non si mangia” e che non investe nella ricerca e nell'innovazione è difficile che venga fuori una riforma che possa migliorare la loro situazione e il loro futuro insieme a quello dell'università italiana. Questi giovani non meritano di essere strumentalizzati dalla politica italiana. Non meritano di essere usati da chi ha interesse ai giochetti delle schermaglie nella maggioranza o gioca a fare l'opposizione e andrebbero ascoltati e sostenuti da chi ha a cuore il futuro dell'Italia che passa certamente dalla risoluzione dai problemi dell'università italiana.
Fonte: http://www.ilquotidianoweb.it/it/calabria/cosenza_parlare_universita_commento_bello_che_domenico_talia_45654.htm

 

Vendere prima di tassare


Guido Gentili

In Italia, se qualcosa manca non sono certo i "tavoli". Ne abbiamo di tutti i tipi: bilaterali, triangolari, rettangolari fino a quaranta posti, di confronto, di studio, di concertazione.
Alcuni buoni motivi suggerirebbero di aprirne un altro - promosso dal governo - in tutta fretta: per capire in che misura, e con quali regole efficaci subito, è possibile dare una scossa a un piano di dismissione-privatizzazione (e per una migliore gestione) del patrimonio dello stato. Obiettivo: tagliare il debito ed evitare (o quanto meno limitare al massimo nel caso di un'eventualità del genere) la caduta nella stangata fiscale come frutto dell'Europa che "ce lo impone".
I buoni motivi sono almeno tre. Primo: basta dare un'occhiata al timing dell'orologio del debito pubblico, al di là delle previsioni ufficiali (ad esempio il governo prevede un calo rispetto al Pil al 117,5% nel 2012, mentre la Commissione europea prospetta un 119,9%). In Italia questo particolare orologio non è in piazza, visibile per tutti i passanti come capita da molti anni a New York. Ma è rintracciabile sul sito dell'Istituto Bruno Leoni e sul Chicago-blog, dove i contatori indicano che ogni secondo il debito cresce di circa tremila euro. La visione può essere ansiogena, però dà la misura del problema: siamo ormai a quota 1.860 miliardi di euro e a un passo dal livello 1.861, cifra simbolica che ci ricorda l'Unità d'Italia e l'imminente centocinquantenario.
Secondo motivo. Le difficoltà e le tensioni in cui si dibatte l'Europa sono sotto gli occhi di tutti, così come è ormai risaputo che sulla variabile-debito e sulle politiche di rientro si gioca una bella fetta del destino dell'euro e dell'Europa stessa. Vero è che la nuova governance europea, grazie anche alla battaglia del ministro Giulio Tremonti, prevederà una valutazione del debito con riferimento all'indebitamento privato a noi favorevole (siamo in questo caso circa al 120% del Pil contro il 161% della Francia e il 127% della Germania). Ma è altrettanto un fatto che la partita è senza esclusione di colpi e che i paesi ad alto debito dovranno mettere in pratica piani di rientro assai duri. Mentre ci si dimentica che la Germania, nel pieno della Grande crisi, ha fissato nella Costituzione il limite dello 0,35% del deficit in rapporto al Pil da raggiungere nel 2016. Non ci saranno dunque sconti per comitive di paesi troppo spendaccione.
Terzo motivo. La partita entra nel vivo il prossimo 15 dicembre con il vertice dei capi di stato e di governo dell'Unione e il giorno prima si vota sulla fiducia al governo Berlusconi. Allo snodo decisivo si arriva avendo sullo sfondo il "da farsi" in più previsto dalla nuova governance europea. Qui, può scattare la trappola della stangata fiscale: in condizioni d'incertezza massime, di fronte all'emergenza, può salire il coro favorevole a disegnare una manovra che punta a entrate certe subito. Magari una patrimoniale (ancorché prospettata a vantaggio dei redditi medio bassi), un intervento sulle attività finanziarie (e dunque sul risparmio), una tassa modello "eurotassa" come quella varata per l'entrata nell'euro, o un qualcosa tipo il prelievo una tantum sui conti correnti dei primi anni 90. Emergenza per emergenza, tutto potrebbe essere giustificato.
Cosa può fare il governo che richiama al fatto di "non aver messo le mani in tasca ai cittadini" e che profila (ma i tempi sono lunghi) una riforma complessiva del fisco? Verificare subito se è possibile attivare un piano straordinario di dismissioni pubbliche (immobiliari, ma anche societarie e delle concessioni, oltre alla giungla delle società del capitalismo municipale) per tagliare con un colpo secco (il vendibile ammonta a circa 500 miliardi) una quota del debito. Del resto, la stessa presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, rispondendo al "vendere, vendere" lanciato a ottobre dal direttore del Foglio Giuliano Ferrara, aveva ricordato che l'attivo patrimoniale pubblico corrisponde al 138% del Pil.
È facile? No, è difficilissimo. Ma meriterebbe una verifica subito e un tavolo ad hoc, se non altro per dimostrare che si fa di tutto per evitare eventuali, prossime stangate.
fonte:
http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2010-11-30/vendere-prima-tassare-063917.shtml?uuid=AYBUGsnC

Dopo la Spagna è l’Ungheria a minacciare l’Europa


Mauro Bottarelli
martedì 30 novembre 2010
Una cosa è certa: nonostante l’ok al piano di salvataggio irlandese, quanto sta accadendo sul mercato obbligazionario sovrano dei paesi periferici dell’Ue sta arrivando al punto di rottura, un qualcosa che potrebbe replicare l’effetto fuori controllo del combinato Lehman-AIG-Fannie-Freddie del 2008. Non a caso per il professor Willem Buiter, capo economista a Citigroup, «il Portogallo avrà bisogno di essere salvato entro la fine di quest’anno e la Spagna lo seguirà molto presto».
Klaus Baader di Societe Generale ha pubblicato ieri un report intitolato “Eurozone sovereign debt crisis: next stop Spain” dal quale si evince che il fondo di salvataggio Ue dovrà rifinanziarsi per comprare preventivamente bond spagnoli. Bella idea, peccato che la Corte costituzionale tedesca potrebbe aver da ridire anche su questo, oltre che sul salvataggio greco. Anche Thomas Mayer di Deutsche Bank parla chiaramente della necessità a breve della Spagna di un credito flessibile da parte del Fmi.
Attualmente i mercati prezzano al 23% la possibilità di default spagnolo, contro il 34% del Portogallo e il 39% dell’Irlanda: se però salvataggio sarà, il sistema di facility europeo perderà tutto il potenziale finanziario e politico.
Sempre per Willem Buiter, «il fondo europeo è piccolo, troppo piccolo. Non a caso circolano già voci di un possibile raddoppio dei fondi, anche se per ora Berlino nega». Parliamoci chiaro, il destino dell’Ue e dell’euro è nelle mani della Spagna. E nonostante José Luis Zapatero continui a ripetere che «chi sta shortando la Spagna sta compiendo un grande errore», Keynes diceva che accusare la speculazione per le crisi economiche è come incolpare il diavolo per le morie delle mandrie.
Forse Zapatero non ha letto il devastante Articolo IV del report del Fmi sul suo paese. Stando a quelle pagine, infatti, il governo necessita di finanziamenti lordi per 226 miliardi di euro il prossimo anno, qualcosa come il 21% del Pil: «Le necessità di finanziamento spagnolo sono enormi e recuperare la fiducia dei mercati sarà critico. La Spagna ha esaurito il suo spazio fiscale, servirebbero obiettivi più credibili». Madrid deve attrarre 226 miliardi di euro da risparmiatori spagnoli, fondi pensioni tedeschi, banche francesi, assicurazioni giapponesi e Banca centrale cinese per poter continuare la sua politica di deficit all’8% sul Pil nel 2011: pensate che i soggetti prima elencati avranno voglia di acquistare obbligazioni sapendo che se la Spagna dovrà essere salvata subiranno haircuts dei rendimenti?
«L’economia spagnola è pesantemente indebitata e ha una delle posizioni peggiori tra le economie avanzate a livello di investimenti internazionali», prosegue il Fmi: oltretutto, le banca spagnole devono dar vita a un roll over da 220 miliardi tra il 2011 e il 2012, stando ai calcoli della Banca Civica: «Siamo nell’anticamera di una nuova crisi di liquidità. Stiamo vivendo un pre-collasso finanziario», dichiara il capo dell’istituto, Enrique Goni. E il fatto che la Bce stia drenando liquidità attraverso una stretta di politica monetaria non aiuterà, visto che la massa monetaria M3 sta già contraendosi di mese in mese, così come il credito privato.
Incompetenza o una scelta ben precisa per il bene di Berlino? Un bel quadro ma non basta. Mentre infatti l’Europa continentale affronta la crisi dei debiti sovrani, a Est si pongono le basi per un default a catena il cui combinato potrebbe rivelarsi devastante. Epicentro è l’Ungheria di Vicktor Orban e del suo governo nazionalista, il quale dopo aver chiuso la porta in faccia ai miliardi del Fmi in nome della sovranità nazionale, ora sta seguendo la ricetta argentina per cercare di finanziare le esangui casse del paese più indebitato dell’area. E di tre giorni fa, infatti, l’ultimatum del ministro dell’Economia, Gyorgy Matolcsy, a circa 3 milioni di lavoratori del paese: riportate i soldi spostati nei fondi pensioni privati complementari sotto controllo dello Stato o perderete il 70% della vostra pensione statale.
Si parla di qualcosa come 3 trilioni di fiorini (circa 15 miliardi di dollari) che nelle intenzioni del governo, una volta rientrati, serviranno a ridurre il deficit di budget e il debito pubblico. «Questa è una nazionalizzazione bella e buona dei fondi pensione privati, è uno scenario da incubo», ammette David Nemeth, economista di ING Group a Budapest. Esattamente come l’Argentina, che nel 2001 confiscò 3,2 miliardi di dollari di fondi pensione in cambio di Treasury Bill, Budapest cerca disperatamente di rimpinguare le esangui casse, visto che quattro giorni fa un’asta di bond decennali non è riuscita a collocare tutto l’ammontare (10 miliardi di fiorini di controvalore meno del previsto) a fronte della debolezza del fiorino, dello spread contro il bund al 7,81% e di rendimenti al 6,05%, ben più alti di giugno quando il paese stava per annunciare il default.
E siccome l’esodo dai fondi pensione privati porterà a un calo della domanda per il debito locale, i rendimenti dei bond sono destinati a salire ancora. E di molto. In realtà la mossa di Orban e soci non è nient’altro che una partita di giro per riuscire a continuare a pagare le pensioni correnti, evitando rivolte e guai politici: lo stesso Matolcsy ha ammesso che «c’è un enorme buco nel sistema pensionistico statale, spendiamo 900 miliardi di fiorini più di quanto introitiamo attraverso i contributi. Ormai è insostenibile». Di fatto, l’asset di fondi privati verrà spostato sotto tutela statale manu militari il prossimo 31 gennaio ma, bontà sua, il governo concederà la possibilità di scegliere: chi resterà con i privati, vedrà la pensione statale tagliata del 70%.
Ma l’Ungheria non è l’unico paese dell’area a compiere manovre simili, ancorché la sua scelta sia la più drastica e ricattatoria: la Lituania ha cominciano a ridurre le contribuzioni ai fondi privati lo scorso anno e l’Estonia congelerà i fondi pensione entro la fine di quest’anno. In Bulgaria, poi, i fondi pensione privati metteranno il 20% dei loro assets sotto controllo statale per coprire la spesa previdenziale fino al 2014 e controllare il deficit. La scelta ungherese, d’altronde, ha già spaventato i mercati, ottenendo come risultato l’indebolimento del fiorino contro l’euro del 2,1%.
«Se l’economia resta debole, i vantaggi di questa mossa saranno illusori, mentre i rischi a lungo termine sono altissimi e la possibilità di downgrade del rating in forte aumento», dichiara Michal Dybula, economista alla Bnp Paribas di Varsavia. Ma peggio ancora, «questa decisione spaventerà gli investitori e potrebbe portare con sé una fuga dalla nazione degli investimenti esteri», almeno stando alla nota dell’unità ungherese della Pioneer Global Asset Management. Inoltre, questi extra fondi garantiranno sì al governo di andare in surplus di budget l’anno prossimo e di far scendere i rendimenti obbligazionari, ma contestualmente mineranno alla base la capacità di risparmio dei cittadini. Inoltre, per banche locali, come la consociata della tedesca Allianz, e assicurazioni, come l’austriaca Erster Group Bank e altre, ci vorranno almeno tre anni per recuperare gli assets perduti grazie alla decisione del governo: e far traballare le banche non è una buona idea in questo periodo.
Tanto più che per gli analisti di Citigroup, se dovesse esserci un peggioramento della situazione Budapest potrebbe aver difficoltà ulteriori a reperire fondi nel 2011, anno i cui andranno in scadenza enormi quantità di obbligazioni sia pubbliche che bancarie in Europa: e l’Ungheria deve rimborsare 11 miliardi di dollari. Ma il problema più grave è quello della bolla immobiliare che sta per esplodere in tutta la sua virulenza a causa dei tassi di cambio.
La grandissima parte dei mutui stipulati in Ungheria, infatti, sono denominati in franchi svizzeri e i costi mensili per tantissimi proprietari di casa sono raddoppiati da quando il fiorino ungherese è crollato di oltre il 40% contro la valuta elvetica dal 2008 in poi. Il totale del valore di questi mutui era di 2,2 trilioni di fiorini (10,2 miliardi di dollari) a maggio scorso dai 133,8 miliardi di fiorini dell’inizio del 2005, questo stando a dati ufficiali della Banca centrale di Budapest. Per alcune banche locali come OTP Bank Nyrt, Erste Group Bank AG e Foldhitel es Jelzalogbank Nyrt, i cosiddetti “non-performing loans”, ovvero i prestiti che non andranno a buon fine, potrebbero salire al 10% del totale di quelli erogati entro la fine dell’anno. In tutto il paese ci sono 5,4 trilioni di fiorini denominati in moneta straniera, l’equivalente di due terzi del credito personale e l’82% di quella cifra è denominata in franchi svizzeri: la bolla sta per esplodere.



Il governo per ora ha dato vita a una moratoria sulle ripossessione di immobili e sui pignoramenti fino al 15 aprile 2011 e il consiglio dei ministri sta studiando l’ipotesi di una facility per la gestione del patrimonio immobiliare che farebbe fronte ai bad loans e convertirebbe i debitori in affittuari con il governo come “padrone di casa”: con quali soldi occorrerebbe chiederlo al bravo Orban, visto che sta requisendo i fondi pensioni privati per pagare quelle statali. Una simile politica di statalismo totale, inoltre, potrebbe portare la gente a pensare di non dover più ripagare i debiti visto che il governo sta preparando la propria azione di copertura: a quel punto lo stato di salute delle banche, già poco sano e ora ulteriormente minato dalle tasse spropositate del governo e dagli assets nazionalizzati, rischia di subire un colpo mortale.
Insomma, una bomba ad orologeria che potrebbe destabilizzare i paesi vicini - Bulgaria, Estonia, Lituania - e portare nuove, letali perdite per le banche europee pesantemente esposte a Est. Già, le banche. E pensare che l’ungherese OTP ha passato gli stress tests europei con il secondo miglior risultato dopo la spagnola Banca March, pur avendo già ristrutturato prestiti per 110 miliardi di fiorini a 41mila clienti...
Fonte:
http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2010/11/30/FINANZA-Dopo-la-Spagna-e-l-Ungheria-a-minacciare-l-Europa/130442/

Quella Finanziaria che s’ha da fare


Raffaella Cascioli

Sarà l’esordio stentato della nuova legge di stabilità, sarà l’attesa per un voto di fiducia al governo che si protrarrà per altre due settimane, sarà che il ministro dell’economia Tremonti è alla fine riuscito a narcotizzare il paese e il parlamento senza affrontare le urgenze di una crisi che sta mangiando i redditi degli italiani, quel che è certo è che non va più di moda in Italia parlare di Finanziaria. E forse, anche per questo, fa ancora più impressione il monito pronunciato ieri da Bruxelles che ha sollecitato una piena attuazione della manovra – che pure a giudizio della Commissione contiene valutazioni ottimistiche circa il recupero dell’evasione fiscale – per prevenire un’impennata dei premi sui debiti sovrani.
Eppure un assaggio, ma solo un assaggio c’è stato ieri quando il Tesoro nel collocare i BTp decennali si è dovuto impegnare a pagare un rendimento maggiore. Il che comporterà un ampliamento del debito pubblico e, di conseguenza, fin da subito la necessità di un maggior impegno al risanamento. Se a questo si aggiunge che lo spread, ovvero il differenziale, tra i bund tedeschi e gli analoghi titoli decennali italiani è ieri schizzato a 200 punti base, si capisce ancora di più come stia crescendo sui mercati il rischio Italia. Tanto più che il differenziale ha raggiunto ieri un nuovo record dal lancio dell’euro. Seppure non è vero che ieri all’asta sono stati collocati con qualche difficoltà i BTp, non c’è dubbio che i rendimenti siano schizzati al 4,68%. A questo vanno aggiunte le perplessità di Bruxelles sulla tenuta della manovra perché le coperture fornite dal governo sono considerate aleatorie, una ripresa quanto mai rallentata rispetto agli altri partner comunitari e un debito pubblico che per il prossimo anno secondo Bruxelles sfonderà la soglia del 120%. È dunque sotto gli occhi di tutti la fallimentare politica economica perseguita dal ministro dell’economia che, negli ultimi due anni, non ha fatto altro che chiudere i cordoni della borsa e operare tagli orizzontali senza incidere sui centri di spesa al punto che la crescita italiana è tra le più basse dell’eurozona.
Da Bruxelles il tono è pacato, anche per evitare di allarmare i mercati, ma la preoccupazione emerge dalla parole del commissario europeo Rehn secondo cui se necessario l’Italia dovrà prendere ulteriori misure, ovvero mettere mano a un nuovo aggiustamento di bilancio, per riportare il deficit sotto il 3%. L’Italia paga il conto di tre manovre sbagliate in cui si è fatta pagare la crisi agli unici che erano in grado di sostenere i consumi interni, scaricando su questi tutto il peso di un’insana gestione della politica economica. E così prima di aprile quando occorrerà presentare i conti a Bruxelles, secondo la riforma di bilancio comunitaria, si dovrà mettere mano a una nuova consistente manovra correttiva che non può andare nella stessa direzione della politica.
Fonte: 
http://www.europaquotidiano.it/dettaglio/122917/quella_finanziaria_che_sha_da_fare


«Siamo una bella nave allo sbando»


Creata il 29/11/2010 - 22:30
Danilo Chirico
CREATIVITA' MERIDIANE. Con il regista pugliese Edoardo Winspeare parte “Creatività meridiane”, un ciclo di incontri con intellettuali, artisti, politici, semplici cittadini meridionali che hanno piccole e grandi esperienze da raccontare alla ricerca di nuove idee, memorie disperse e buone pratiche. È il tentativo di fare un racconto autentico del Mezzogiorno, un modo di provare a scrivere parole inedite sul Sud, un contributo a un ragionamento - collettivo e individuale - sempre più urgente: ricostruire un’originale identità meridionale. In un Paese davvero unito.
Edoardo Winspeare è un regista meridionale e un personaggio anomalo per i canoni del Sud per molte ragioni. Innanzitutto, la più banale: il cognome che porta, segno di una storia del tutto particolare. Winspeare è nato in Austria, originario di una famiglia nobile e cattolica dello Yorkshire che si trasferisce nel regno di Napoli in seguito a una guerra di religione. Cresce nel Salento. Poi decide di studiare cinema e si trasferisce a Firenze, quindi a New York, poi ancora a Monaco di Baviera. Alla fine di un lunghissimo giro per il mondo decide di tornare in Salento e di vivere a Corsano, in provincia di Lecce.
Ci sono anche altre ragioni che fanno di Edoardo Winspeare un artista sui generis. La prima riguarda i suoi film. Si tratta di opere - da Pizzicata a Sangue vivo, da Il miracolo a I galantuomini - che hanno girato con successo i festival di mezzo mondo, ma soprattutto hanno la capacità di raccontare, da dentro, l’anima più vera un pezzo prezioso del nostro Mezzogiorno, il tacco dello Stivale, il Salento. Poi perché a Winspeare girare film sembra non bastare. È un ottimo musicista e una decina d’anni fa ha fondato e animato la band Zoe e ha deciso di fare il produttore (è socio con Gustavo Caputo di Saietta Film) scegliendo di continuare a vivere in Puglia. Una scelta in parte antieconomica «visto che il cuore del cinema sta a Roma o al limite a Milano» e che gli costa il prezzo, confessa, «di  fare e produrre sicuramente meno film, di fare molta più fatica a trovare i soldi».
Ecomostri da abbattere
C’è poi la sua scelta - per nulla scontata - di mettersi in gioco. Come animatore culturale e come promotore di un percorso di rivendicazione di diritti che ha avuto il suo culmine cinque o sei anni fa, quando Edoardo Winspeare lancia la sua battaglia ambientalista per difendere il territorio dal cemento selvaggio. Lancia un’idea e un progetto apparentemente strampalato: comprare ecomostri per abbatterli. La sua eresia, forse addirittura la sua pazzia, diventa l’associazione Coppula tisa, dal nome della lucertola salentina. Quella di Winspeare è una provocazione, concreta e intellettuale, che molto ha da dire sull’idea di Sud che dovremmo avere. Sono anni in cui vengono a galla centinaia di brutture illegali in ogni parte d’Italia e in cui la politica e le amministrazioni - come oggi, per la verità - sono sorde di fronte al richiamo, alla necessità, del bello. Il regista salentino chiama a raccolta la società civile, i cittadini, parte una colletta che corre come un treno e nel giro di pochi mesi un ecomostro di Tricase viene acquistato, abbattuto e il terreno viene restituito ai cittadini: «Oggi lì c’è il parco della cittadinanza attiva». Un piccolo grande risultato, senza neppure un euro degli enti pubblici, che serve da monito per la politica, che può rappresentare un modello per costruire un’altra identità nel territorio pugliese martoriato dall’abusivismo, come tutto quello meridionale («l’unica industria che funziona al sud è quella dell’edilizia», commenta amaro Winspeare).
Un regista e un intellettuale anomalo, fuori dagli schemi, molto meridionale e molto cittadino del mondo. Un buon punto di partenza per un viaggio che il domenicale di Terra vuole condurre in giro per il Sud alla scoperta di memorie, idee e pratiche per ragionare attorno a una nuova e originale identità meridionale. Winspeare è molto contento di partecipare a questo ragionamento. «Dobbiamo parlare di Sud? È l’unica cosa che so», esordisce divertito. Si può partire da una definizione allora: «Siamo una bellissima nave senza nocchiero, una nave alla deriva», sentenzia. Poi aggiunge subito: «Oggi complessivamente il sud è peggiorato, ma visto che siamo a livelli così bassi non si può fare altro che risorgere. E mi pare che ci sono buoni segnali».
Dice: «Il Sud deve emanciparsi. Prima doveva farlo dai francesi o dagli spagnoli, adesso da ‘ndrangheta, cosa nostra, camorra e sacra corona». L’osservazione immediatamente successiva è che «ci sono politici del tutto irresponsabili, io al loro posto sarei preoccupatissimo - insiste - invece vedo che non c’è nessuna ansia di fare cose buone e direi che si cammina troppo a braccetto con il malaffare». Per emanciparsi il Mezzogiorno, secondo il regista salentino, deve «prendere coscienza di quello che può dare, della sua storia, delle sue capacità economiche», deve cioè considerare che «siamo al Sud dell’Europa, ma siamo anche al centro del Mediterraneo». E lancia subito il suo primo obiettivo: «Recuperare Napoli», perché «se si recupera una grande città come Napoli ci sarà un effetto trascinamento che servirà a tutti».
Gli eroi quotidiani
Winspeare spiega a chiare lettere che non si tratta solo di un problema delle regioni meridionali, ma è una questione centrale che riguarda il Paese intero. «Noi abbiamo perso il nostro Sud - rimarca - ma anche l’Italia l’ha perso» e invece avrebbe dovuto «approfittarne». Approfittare della posizione strategica che il Mezzogiorno ha, della funzione di ponte che può avere «con l’Africa, i Balcani», con Napoli che «deve essere la nostra Costantinopoli». Paradossalmente, invece, non solo il Sud non rappresenta questo punto di riferimento ma si allontana dall’Italia, si allontana persino da se stesso: «Al Sud nessuno conosce nessuno - spiega Winspeare - Per arrivare da Lecce a Reggio Calabria devo prendere tre o quattro treni, impiego 12 ore. Per arrivare a Torino o a Milano prendo un aereo e ci arrivo in un paio d’ore». Insiste nel suo ragionamento chiarendo che tra le diverse realtà del Sud «non c’è scambio commerciale e culturale, ci sono pochi intellettuali e la maggior parte di loro non vede l’ora di andare via, non ci sono mostre, eventi, una vera casa editrice». Un ragionamento che Winspeare fa «da pugliese e, quindi, da chi in questo momento sta messo meglio degli altri».

Non è un pessimista Winspeare, non si capirebbe altrimenti perché ha deciso di restare. E allora prova a fare una scala di priorità che possano essere alla base di una «rivolta positiva del Sud». Bisogna perciò «partire dalla cultura, dall’ambiente e dai giovani». Serve una «rivoluzione ambientale» che significa «cura del nostro straordinario territorio, della nostra cultura, del lavoro dell’uomo», bisogna insomma «valorizzare la bellezza». Indica anche dei punti di riferimento, «dei maestri a seconda degli orientamenti politici: Salvemini per i socialisti, don Tonino Bello per i cattolici, Borsellino per i conservatori». E pone l’accento anche su due periodi storici, da riprendere in mano per provare a ripartire: «Il Seicento dei calabresi con i suoi santi eretici e visionari» e, più recentemente, «gli anni Cinquanta in cui operavano personaggi come Ferruccio Parri o De Gasperi che… si comportavano bene».
E ce ne sono anche degli altri punti di riferimento: «Gli eroi quotidiani, cioè le persone che fanno ogni giorno bene il proprio lavoro, quelli che, per dirla con Borges, stanno salvando il mondo». Certo nessuno, nemmeno il regista pugliese, vuole raccontare un mondo che non c’è. Si tratta di intervenire in quello che non funziona: nei trasporti, nella politica, nelle buone pratiche. Si tratta di «lamentarsi di meno e darsi da fare», di «liberarsi dal pregiudizio che riguarda i meridionali - come avviene per le donne - che sono costretti a essere i più bravi, i più brillanti, i più trasparenti» per farsi strada, di superare la «pigrizia intellettuale» degli italiani e l’abitudine dei media di privilegiare «le idee semplici e preconcette per comunicare». Il Mezzogiorno d’Italia è «complesso, frutto di cinquemila anni di civiltà, con molte cose da scoprire». Un discorso che riguarda un intero territorio.
«Per me il Sud sta tutto insieme e penso che per il Sud oggi valga davvero la pena di combattere - dice - e lo dico a costo di sembrare nostalgico». E questo perché «è vero che il Sud si sta prostituendo al consumo, ma ancora conserva un senso di comunità, un’anima che non dobbiamo perdere sull’altare dei neoricchi consumisti». Ci sono delle isole nel nostro Mezzogiorno che «dobbiamo difendere dal rischio che la piovra le inglobi perché dire che tutto è mafia significa dire che niente lo è: e poi si ha il gioco dei clan». In questo ragionamento Winspeare fa una precisazione: «È vero che noi abbiamo la mafia - sottolinea - ma è anche vero che nel Mediterraneo siamo gli unici a non avere problemi etnici o di fanatismi: siamo accoglienti, ci sono episodi nella nostra storia di tolleranza, amicizia», dice riferendosi anche a quelle straordinarie storie dei pugliesi cha accolgono gli albanesi e i calabresi che aprono le porta ai curdi o ai palestinesi.
Tutto questo, secondo Winspeare, «può rendere molto più facile avviare un percorso di cambiamento delle cose». Ecco perché gli viene fuori dal flusso del ragionamento la suggestione di fare del Sud «l’Arca della pace», della cultura, della cura del territorio, del rispetto per l’uomo. Eccolo il Sud di Winspeare: «Un posto da cui partire, certo. Ma anche un posto in cui arrivare». Con Napoli a fare da capitale.
danilochirico@dasud.it
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“Io so io e voi non siete un c…”: le frasi dei film di Monicelli


”Che ci volete fare: ma io so io, e voi nun siete un cazzo”.
Questa, forse, la frase più celebre da uno dei tantissimi film di Mario Monicelli, morto suicida ieri a Roma. A recitarla è stato un altro dei grandi suoi attori, Alberto Sordi, interprete di Onofrio Del Grillo in ”Il marchese del Grillo.
E se si mettessero insieme tutte le frasi, si potrebbe tranquillamente fare la storia di Italia, non solo cinematografica. Eccone una breve scelta.
 ”Oh, gioveni! Quando vi dico sequitemi miei pugnaci, dovete sequire et pugnare! Poche conte! Se no qui stemo a prenderci per le natiche” (dal film ‘L’armata Brancaleone’).
”Taciturno inveroché laconico, ma quando che parla ogni parola è una sentenza”.
Peppe il pantera (Vittorio Gassman) ne ”I Soliti Ignoti”
”Un po’ di rispetto, è un cadavere morto!” da ”Toto’ e Carolina”.
”E io rimasi li’ a chiedermi se l’imbecille ero io… che la vita la prendevo tutta come un gioco, o se era lui… che la prendeva come una condanna ai lavori forzati, o se lo eravamo tutti e due”, da ”Amici miei atto II”.
”La giustizia non è di questo mondo”, da ”Il marchese del Grillo”. ”Brigadiere, come vede, si lavicchia!”, Toto’ da ”I Soliti Ignoti”
”O non so niente! Se lo sapessi ve lo direi! Io sono un vigliacco, lo sanno tutti!” Il soldato Oreste Jacovacci (Alberto Sordi) in ‘La grande Guerra’.
”Cos’e’ il Genio? E’ fantasia, intuizione, colpo d’occhio e velocita’ d’esecuzione”. Rambaldo Melandri (Gastone Moschin) da ”Amici miei” ”Sono sempre i più meglio che se ne vanno. Eh, e’ la vita: oggi a te, domani a lui”, da ”I Soliti Ignoti”.
30 novembre 2010 | 01:58
FONTE:
http://www.blitzquotidiano.it/cinema/marchese-grillo-frasi-film-monicelli-660220/?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+blitzquotidiano+%28Blitzquotidiano%29