mercoledì 1 dicembre 2010

Il Teatro Stabile della Basilicata presenta


la farsa in tre quadretti: Il petrolio il presidente e l'aspirante becchino.
Ovvero, paraleghismo, retorica roccoco' e perfezionismo paranoico, in Lucania.

Primo quadretto. La Val d'Agri pronta a fare i "bagagli" e a passare con la Campania.
«Chiediamo che la Val d'Agri venga annessa alla provincia di Salerno». Motivo della richiesta di “trasferimento” il fatto che la Regione ha deciso di «riservare l'ammontare delle royalties del petrolio e del gas della Val d'Agri esclusivamente alla Finanziaria 2011 della Regione».
Molti comuni del Cilento e dell'alto Jonio calabrese chiedono, da tempo, l'annessione alla Basilicata. Per controbilanciare le cose oggi arriva la proposta del Csail: «chiediamo che la Val d'Agri venga annessa alla provincia di Salerno». Motivo della richiesta di “trasferimento” il fatto che la Regione ha deciso di «riservare l'ammontare delle royalties del petrolio e del gas della Val d'Agri esclusivamente alla Finanziaria 2011 della Regione». Pertanto Filippo Massaro, presidente del Csail, ha annunciato che proporrà un referendum consultivo, tra tutti i cittadini residenti nei comuni valligiani, per chiedere loro di fare i “bagagli” e “trasferirsi” in Campania, visto che «non c'è più alcun motivo per rimanere in Basilicata». Insomma Per Massaro «non c'è altra soluzione che fare il percorso inverso di quello dei comitati popolari del Vallo di Diano e del Cilento che come è noto chiedono il passaggio alla regione Basilicata con l'illusione di un'attenzione politica ed istituzionale che, invece, la vicenda della Finanziaria 2011 dimostra non c'è assolutamente per la Val d'Agri, figuriamoci ci possa essere per altre aree». Non si tratta di «campanilismo ma «di rivendicare quell'equo risarcimento per tutti i problemi (e non sono pochi) che il “popolo del petrolio” vive quotidianamente sulla propria pelle, a cominciare dalla salute». Pur concordando con il fatto che i tagli del Governo impongono alle Regioni sacrifici «non siamo disponibili - ha aggiunto Massaro - ad accettare il principio che ancora una volta siano i cittadini della Val d'Agri a pagare per tutti». 01/12/2010.


Secondo quadretto. La puntualita' di De Filippo.
di NINO GRASSO, Portavoce Presidente Regione
Il presidente della Regione, Vito De Filippo, ne è convinto. E lo va ripetendo spesso.
Specie se l’uditorio, come è recentemente accaduto nell’ultima settimana, prima a Paestum (in un dibattito su politica e giustizia con Rosario Priore) e poi a Potenza (in occasione dell’incontro con Giuliano Amato ed Emilio Colombo sugli ultimi 150 anni di vita unitaria), è di quelli particolarmente autorevoli.
La Basilicata – secondo il governatore lucano – oggi deve guardarsi da quanti, in un impeto di semplificazione demagogica, si sono iscritti a due scuole di pensiero, entrambe pericolose per il loro manicheismo ideologico: quella degli “sciamani”, da un lato, e degli “apocalittici”, dall’altro.
Per i primi, una sorta di “stregoni” del terzo millennio, i problemi che quotidianamente assillano le nostre comunità si possono risolvere “facilmente”, se solo si adottassero ricette “miracolose”, di stampo “rivoluzionario”. E comunque culturalmente posizionate in un “altrove” geografico che si trova al di fuori della nostra terra.
Poi ci sono gli “apocalittici”. Quelli che pensano che non vi sia più nulla da fare per “redimere” il Mezzogiorno, condannato da 150 di disunità ad un inesorabile declino. Secondo questa scuola di pensiero, particolarmente radicata negli ambienti leghisti della Padania, il Sud essendo una sorta di malato “irrecuperabile” non può che essere abbandonato al proprio destino. Possibilmente senza sprecare nuove risorse economiche in uno sforzo, ritenuto improbo, di “salvezza”.
Tra gli uni e gli altri, tra chi pecca dell’arroganza intellettuale degli “sciamani” o del nichilismo geografico degli “apocalittici”, nel malcelato tentativo, condiviso sia dagli uni che dagli altri, di screditare la classe dirigente meridionale in carica, il rischio che si corre è quello di rimanere stritolati in un vuoto rituale, che è proprio di un Paese sempre più “poli-anarchico”. Un Paese cioè – per dirla con De Filippo – dove ognuno pensa ai fatti propri.
Che fare? Il Presidente della Regione Basilicata, anche qui, non ha dubbi. Il Sud – ha spiegato recentemente il governatore lucano prima a Paestum e poi a Potenza – ha bisogno di virtù antieroiche come la pazienza e l’indulgenza. Serve cioè il buon senso di una classe dirigente che con sobrietà, umiltà e disponibilità affronti i problemi quotidiani con la forza, questa sì “eroica”, dell’impegno costante. Spesso oscuro. Improntato al rispetto di regole semplici, ma fondamentali, in una pubblica amministrazione votata al bene comune.
Qualcuno (sulla stampa) ha recentemente commentato con ironia il rigore della puntualità che scandisce i ritmi dell’agenda istituzionale di Vito De Filippo. In un Paese dove il rispetto degli orari sembra essere un optional per gran parte della classe dirigente, fa sicuramente notizia un Presidente di Regione che non si presenta agli appuntamenti con la classica mezz’ora di ritardo.
Lunedì scorso, per esempio, l’appuntamento con le parti sociali era stato fissato per le 8,30 in Sala Verrastro, nel palazzo della giunta a Potenza. E alle 8,25 Vito De Filippo era già in ufficio pronto a cominciare una riunione, alla quale molti degli invitati sono giunti, purtroppo, con il “puntuale” ritardo di sempre.
Certo, per mutuare la metafora del governatore lucano, ci vuole “pazienza” e “indulgenza”. Con la speranza però, verrebbe da aggiungere, che alla lunga anche la “buona educazione”, che si misura proprio con il rispetto degli altri quanto è stato fissato un appuntamento condiviso, finisca per diventare una “buona pratica” in questa Basilicata del terzo millennio.
01/12/2010

Terzo quadretto. Miglionico: il Comune cerca un becchino.
Una patente “C”, una licenza di scuola media inferiore e qualche nozione di polizia mortuaria.
Questo è il necessario per ambire a un “posto fisso”, uno dei pochi oramai, presso il Comune di Miglionico. In esecuzione di Determinazione del Responsabile dell'Area Tecnico Manutentiva emanata guardacaso il 2 novembre, il Comune di Miglionico ha indetto un concorso pubblico per titoli ed esami per la copertura di 1 posto, a tempo indeterminato, a tempo parziale a 18 ore settimanali, per il profilo di “Addetto ai servizi cimiteriali - necroforo/affossatore”, Categoria B3, Posizione economica B3. Pubblicato sulla G.U. n. 88 del 5-11-2010 al bando, in scadenza il 5.12.2010, possono partecipare uomini e donne in possesso dei requisiti qui elencati. Oltre alla patente di categoria “C” e al titolo di Studio di Terza media Inferiore è richiesta la cittadinanza italiana o di uno degli Stati membri dell'Ue alle condizioni previste dall'art. 3 del D.P.C.M. del 7.02.94, n. 174; essere maggiorenne e godere dei diritti civili e politici; non aver subito condanne e non avere procedimenti penali in corso; insussistenza di misure che siano causa di destituzione, dispensa o decadenza dall'impiego presso una Pubblica Amministrazione; avere un'idoneità psico-fisica all'impiego ed alle mansioni del profilo professionale richiesto e, per candidati di sesso maschile, nati entro la data del 31 dicembre 1985, avere una posizione regolare nei riguardi degli obblighi militari. Altri dettagli sono consultabili dal bando completo affisso all'albo pretorio comunale e/o visionabile nell' apposita sezione bandi del sito www.comune.miglionico.mt.it. Il trattamento economico inerente al posto da ricoprire è quello previsto dal vigente Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro-Comparto Regioni-Autonomie Locali. La domanda di partecipazione al concorso, redatta in carta semplice secondo il modello allegato al bando, debitamente sottoscritta dal candidato, dovrà essere indirizzata al Comune di Miglionico - Servizio Personale - via Dante, 12- 75010 Miglionico e potrà essere presentata direttamente all'Ufficio protocollo del Comune o a mezzo raccomandata con ricevuta di ritorno. Una commissione esaminatrice nominata con deliberazione di Giunta comunale si occuperà di selezionare e valutare i candidati. Candidati che saranno sottoposti a tre prove che si terranno presso i locali dell'ex refettorio della scuola elementare in via Estramurale Castello, 1. Le tre prove, scritta, teorico-pratica e orale, inizieranno alle ore 10 e si terranno nell'ordine nelle giornate di Lunedì 13, martedì 14 e venerdi 17 dicembre 2010. Particolare e curiosa la prova “pratica”, che oltre a vertere sulle tecniche di pulizia e manutenzione del verde delle aree cimiteriali, costruzione e manutenzione di opere edili e utilizzo di macchine operatrici (terne e miniescavatori) vedrà il candidato cimentarsi anche in “escavazioni fosse”.
01/12/2010
fonte: http://www.ilquotidianoweb.it/it/Basilicata/

Mario Monicelli


Quello che in Italia non c’è mai stato, una bella botta, una bella rivoluzione, Rivoluzione che non c’è mai stata in Italia… c’è stata in Inghilterra, c’è stata in Francia, c’è stata in Russia, c’è stata in Germania, dappertutto meno che in Italia. Quindi ci vuole qualcosa che riscatti veramente questo popolo che è sempre stato sottoposto, 300 anni che è schiavo di tutti
1 dicembre 2010 | 06:12

Viziati e mammoni. I giovani secondo l’ultimo Monicelli
Pubblichiamo ampi stralci dell’ultima intervista a Mario Monicelli pubblicata nel libro Gioventù sprecata. Perché in Italia si fatica a diventare grandi, di Tonia Mastrobuoni e Marco Iezzi, edito lo scorso giugno da Laterza.
Ha cominciato a 18 anni, come «il più miserabile degli assistenti, accendendo le sigarette ai registi e aiutandoli a mettersi il paltò», oggi ha scarsa indulgenza, dall’alto dei 94 anni e di una sessantina di regie di film, per chi gli fa perdere tempo. «Insomma, che volete sapere?», chiede, brusco. Il suo cinema è considerato dai critici l’alfa e l’omega (...) della commedia all’italiana. I soliti ignoti (1958) e Un borghese piccolo piccolo (1977) sono il primo e l’ultimo capolavoro di quella grande stagione di cinema cosiddetto “di genere” (...).
Pubblichiamo ampi stralci dell’ultima intervista a Mario Monicelli pubblicata nel libro Gioventù sprecata. Perché in Italia si fatica a diventare grandi, di Tonia Mastrobuoni e Marco Iezzi, edito lo scorso giugno da Laterza.
Eppure, Mario Monicelli non fa che ricordare, a ogni pie’ sospinto, che quel cinema autoriale aveva una genesi collettiva, nasceva spesso nei caffè e nelle osterie romane in un clima di grandi risate e litigate furibonde, negli anni della faticosa rinascita dalla ceneri della seconda guerra mondiale. «Non solo io, la mia generazione era fatta così, era unita, solidale». Sui giovani di oggi è severo. «Voi, al contrario di noi, siete soli, disincantati, disinteressati a tutto. Sì, siete dei mammoni, proprio dei gran mammoni viziati, se è questo che volete sapere».
Sin dagli anni Trenta, dal periodo milanese dei primi cortometraggi (…) il suo cinema è dichiaratamente un puzzle di contributi eterogenei. Ma il lavoro titanico dell’assemblamento dei singoli tasselli spettava sempre a lui, al regista-demiurgo, a lui spettava l’ultima parola su tutto e sua era l’impronta. Nel caso di Monicelli, un’impronta inconfondibile. Eppure lui preferisce raccontare ancora oggi che a Roma, dopo la guerra, negli anni Cinquanta e Sessanta, chi andava a mangiare un piatto di pasta da Otello a via della Croce si imbatteva facilmente in un branco di cineasti affiatati che si scambiavano idee e battute. Da Otello si incontravano lui e gli altri grandi registi e sceneggiatori di quel tempo, da Age e Scarpelli a Germi, da Antonioni a Benvenuti, da Petri a Rosi, fissi, sempre allo stesso tavolone addossato alla parete, vicino alla cucina, a infervorarsi sulla politica e a tirar tardi giocando a scopone con le saracinesche abbassate. Oppure, visto che negli anni del dopoguerra in molte case mancava il riscaldamento, si ritrovavano nei caffè, a scrivere le sceneggiature e a inventarsi le commedie. A mettere insieme in dieci o in quindici, ognuno buttandoci dentro qualche battuta, una sceneggiatura per un film con Totò nel giro di qualche giorno. «E tutte finivano sempre - ricorda - con un gran fugone di Totò».
La solitudine, osserva, «è importante, è un’opportunità, serve a riflettere, a ragionare a non stare in superficie. Ma è un fatto che il cinema italiano degli anni Cinquanta e Sessanta era un cinema di grande convivenza. Eravamo un gruppo di settanta cinematografari, autori, attori scrittori di cinema e frequentavamo gli stessi ristoranti e gli stessi caffè. Eravamo molto solidali, ci scambiavamo le idee, il lavoro. Ci muovevamo sempre insieme, a fare i pranzi fuori porta sotto i pergolati, a improvvisare qualche partita a calcio. Era una generazione solidale, era qualcosa che non riguardava solo il cinema. Avevamo tante amicizie anche fuori dall’ambiente del cinema, tra i giornalisti, i pittori, gli architetti. Per me non è un caso che abbiamo fatto il boom economico, che abbiamo risollevato il Paese dopo una guerra devastante, che aveva fatto sessanta milioni di morti. Mica c’era solo il cinema! La mia generazione ha costruito tante industrie che in Italia non c’erano. Ha inventato la Lambretta, la Vespa, il brevetto del ‘tubo Innocenti’, sapete, quegli snodi per le impalcature che ancora oggi vengono utilizzati un po’ ovunque. Abbiamo fatto le autostrade, le infrastrutture per il Paese, abbiamo ricostruito le città. Il miracolo l’abbiamo fatto noi e l’abbiamo fatto così, tutti insieme».
Oggi, per Monicelli, il clima è radicalmente diverso. «Voi siete isolati, vi siete adagiati sul consumismo, non avete interessi. E adesso che c’è questa catastrofe della crisi economica, rischiate tutti il baratro». E poi, scuote la testa, «la verità è che non avete più il coraggio di dire niente. Se uno ha qualcosa da dire, anche in contrasto con gli altri, deve dirla sempre. Se fai il cinematografaro dilla con il cinema, fai il danzatore dillo con la danza, fai il letterato dillo con un racconto. Se hai qualcosa da dire dilla sempre! Il problema è che adesso non avete niente da dire». Anzi, «voi giovani di oggi state ‘sbracati’ a parlare di calcio e di donne. E ormai poco pure di quelle». (..)
Un’altra cosa che lo indigna è la rassegnazione dei giovani, la loro passività. «Il ruolo della politica è sempre stato quello di incitare la speranza e di tenervi tranquilli e farvi credere che le cose andranno meglio. È sempre stato così, ma se ci credete siete degli imbecilli! La speranza è una truffa, è una trappola, è una parola che non va mai pronunciata. La speranza è dei potenti per tenere a bada i subalterni. È una parola che usano i religiosi che vi dicono: ‘state buoni, pentitevi, chiedete perdono che nell’altra vita tutto andrà bene e sarete ricompensati’. La politica fa la stessa cosa. Vi dicono ‘state tranquilli, non vi spaventate vedrete che le cose cambieranno perché noi siamo bravi e sappiamo condurre l’amministrazione di questo Paese’. Non bisogna avere speranze, bisogna avere desideri, mete e traguardi da raggiungere».
Per Monicelli, non è solo una questione di politica e di religione, ma anche di educazione. «Siete viziati, non avete aspirazioni. Siete protetti dalla famiglia. A scuola, se un ragazzino prende un brutto voto a scuola, i genitori vanno a lamentarsi dagli insegnanti. Ridicolo: ai tempi miei, se portavo una brutta nota a casa mi dovevo nascondere ché sennò le beccavo di santa ragione!». Monicelli, cresciuto tra Viareggio, Roma e Milano, figlio di un grande critico, Tomaso, che fondò la prima rivista di cinema, “Lux et umbra”, ha respirato cinema da sempre. Da ragazzo andava a vedere i film muti, per i quali ha sempre continuato ad avere una passione immensa. (…) Ha cominciato a fare i primi cortometraggi poco dopo l’avvento del sonoro con il cugino Alberto Mondadori, a Milano, partecipando assieme ad Alberto Lattuada a gare di cinema. L’esordio fu dunque questo, un lavoro collettivo tra amici che avevano una grande affinità, ripete spesso.
I suoi desideri, le sue aspirazioni, sono sempre state le stesse. «Sin da giovane ho cercato di costruire un mondo nel quale ci fosse uguaglianza, giustizia sociale e, di conseguenza, libertà. Io e i miei compagni abbiamo cercato di raccontare questo nei film, era questa la spinta che aveva l’Italia, nel dopoguerra». Certo, erano film spietati, le risate che suscitavano nel pubblico lasciavano spesso un sapore amaro, ma era la caratteristica di tutta la commedia all’italiana. Monicelli è stato il regista di Alberto Sordi, ma è stata sua la grande intuizione del Gassman comico e i suoi film mettono a nudo i tic e le meschinerie piccoloborghesi, raccontano rapporti di amicizia goliardici e crudeli. Amici miei, rammenta, «è un film in cui si vede chiaramente questo legame tra uomini - all’epoca c’era una separazione molto più netta tra maschi e femmine - che si comportano come ragazzi, che non vogliono invecchiare, che sono crudeli tra di loro, ma anche molto uniti». (…)
È facile incontrare il grande regista in una trattoria famosa del quartiere Monti: «siccome sono solo», racconta, «e mi muovo poco, nel senso che sono poco mobile, ad arrivare lì e a mangiare un boccone ci metto poco. Certo, la vecchiaia vuol dire, ad esempio, che ci sento bene solo con il telefono appiccicato all’orecchio è faticoso rassettare casa e me stesso. Ma sono attivo, attivo e contento». Monicelli ha fatto il soldato durante la seconda guerra mondiale, ha ancora un portamento eretto, fiero e ci tiene a precisare che «è importante tenermi in ordine».
La sua scarsa considerazione per i giovani deriva anche da una riflessione storica. «Io penso che il problema nasca con la generazione dei nostri figli. Quando l’Italia si è rimessa in piedi e ha ritrovato un certo benessere, le persone hanno cominciato a non poterne più di sacrificarsi, di vivere con poco. Volevano il riscaldamento sempre acceso, le comodità, volevano mangiar bene e buttarsi nel consumismo. E hanno voluto garantire le stesse comodità ai figli. Ed è così che siete diventati tutti mammoni».
Tonia Mastrobuoni
Marco Iezzi

Commedia e cattiveria di un comunista incazzato
di Andrea Minuz
SENILITÀ. La lotta anticensura, la rabbia per un Paese più vecchio di lui, l’antimoralismo di sinistra. Con Mario la rivoluzione aveva un altro sapore.
Si era infiammato per il G8 di Genova, aveva aderito al popolo-Viola e parlato al No-B-Day, si era sfogato da Santoro, sull’Italia, gli italiani e la deriva di entrambi. Perché Monicelli agiva al presente e pensava al futuro, fino all’ultimo, fino a che non ha trovato più alcun senso in nessuno dei due. Quando faceva capolino da “Otello” – la trattoria romana che ha nutrito metà del nostro cinema, dove si incontravano Gassman, Age e Scarpelli, Tonino delli Colli e tanti altri, tutti più giovani di lui – Monicelli apostrofava la tavolata con un implacabile: «Ammazza, ci stanno solo vecchi qui, io vado a mangiare da un’altra parte». Da anni aveva scelto di vivere a Monti, la suburra del centro storico, non perché gli ricordava le passeggiate notturne nella Roma deserta degli anni Cinquanta, a discutere con gli amici di cinema e di politica fino a tardi, no. Amava Monti perché era ai suoi occhi la metafora perfetta dell’Italia: un quartiere, come amava ricordare, che «è pieno di chiese e mignotte».
In tanti, sui loro blog e su Facebook, hanno postato video con le recenti apparizioni in tv che testimoniano l’impegno e la passione politica, ma sarebbe più corretto dire, la sua incazzatura permanente e di tempra-tutta-toscana, per lo stato delle cose. Un’incazzatura che la vecchiaia sembrava aver reso più lucida, priva di quella compiacenza o rassegnazione che potrebbe prenderti quando ti accorgi che il tuo Paese è invecchiato di più e peggio di te. Consiglio di andarsi a rivedere (su YouTube), una puntata d’antan di Match, trasmessa da Raidue nel 1977, con Alberto Arbasino moderatore dello scontro generazionale tra Mario Monicelli e un preistorico Nanni Moretti capellone, in versione Frank Zappa. Mentre Moretti gli dà del reazionario, e dimostra di non aver capito granché di quel plumbeo capolavoro sull’Italia degli anni Settanta che è Un borghese piccolo piccolo, Monicelli lo zittisce: «Tu parli di cattiveria? Io sono cattivo, NON tu».
Questa cattiveria Monicelli l’ha distribuita equamente lungo la sua opera. Era comunista Monicelli. Non ne fece mai un mistero, anzi. Ma questo (cosa assai rara nel nostro Paese), non gli impediva di essere cinico e spietatamente realista nei confronti dell’Italia e degli italiani, totalmente alieno al moralismo di sinistra. Aveva intuito il potenziale politico della maschera di Sordi quando tutta la sinistra lo sbeffeggiava, e mostrato il ruolo catartico dello sberleffo, dalla supercazzola di Amici Miei, agli scherzi del Marchese Onofrio del Grillo. Il mito della rivoluzione per lui non era un oppio con cui stordirsi sognando l’avvenire. Casomai un gesto dimostrativo per darsi la carica, come il suono della sirena anticipato nella fabbrica de I compagni, sapendo che dopo potrebbe essere peggio di prima.
In bocca a Monicelli, la rivoluzione aveva un altro sapore. Perché non si fugge via dalla nostra storia che, come ci ha spiegato Dante ben prima del cinema, non è una tragedia, ma una commedia, i cui ingredienti sono, secondo Monicelli, «tanto coraggio, tanta viltà e tanto conformismo», una cosa difficile da spiegare all’estero, e a volte anche a noi stessi. Una cosa che capisci solo rivedendoti il finale di La Grande guerra, con il gesto folle ed epico di Sordi. Fin dalla metà degli anni Cinquanta, quando ancora non circolava l’espressione “commedia all’italiana” (verrà adottata sulla scia di Divorzio all’italiana, di Germi), Monicelli esce dai meccanismi immediati del comico, ribaltandoli in una satira più graffiante, cattiva. Nel 1955 si scontra subito con il conformismo della società italiana. Il film è Toto e Carolina, con Totò nel ruolo dell’agente Caccavallo, poliziotto poco integerrimo. È al massimo una bonaria presa in giro del gendarme, che però fa infuriare la censura che rimuove oltre trenta minuti di film (stessa sorte per Guardie e ladri, con Totò e Aldo Fabrizi, accusato di “sovvertire la morale”).
Erano altri tempi, un’altra Italia, certo. Ma fa un certo effetto il cartello che venne imposto nei titoli di testa, previa la messa al bando del film. C’è scritto: «Il personaggio interpretato da Totò in questo film appartiene al mondo della pura fantasia (…). Gli eventuali riflessi nella realtà non hanno riferimenti precisi, e sono riscattati da quel clima dell’irreale che non intacca minimamente la riconoscenza e il rispetto che ogni cittadino deve alle forze di Polizia». Molti anni dopo, a Genova, dove si impegnò nel documentario diretto da Maselli per testimoniare sui fatti del G8 («eravamo io, e tanti altri registi rimbambiti come me») a Monicelli deve essere sembrato che l’Italia fosse ferma agli anni Cinquanta. Solo più cattiva, spietata e sporca, di quella che gli censurava i film con Totò.

Monicelli, non ci sarà mai più  un maestro come lui
LIETTA TORNABUONI
Non ci sarà più nel cinema italiano un regista come Mario Monicelli, così come non ce ne era stato alcuno prima di lui. Il motivo è semplice. I suoi film non debbono nulla allo stile nè alle situazioni italiane nè alle mode del momento nè ai filoni in voga o alle esigenze commerciali: debbono tutto all’intelligenza personale sua e dei suoi sceneggiatori. E non soltanto all’intelligenza: Monicelli è stato un vero intellettuale, cresciuto in una famiglia toscana di intellettuali, un uomo colto in una accezione davvero molto rara di intellettuale capace di comprendere e rappresentare il sentimento popolare, di unire alla qualità satirica del grande commediante le emozioni umane e disumane, il grottesco, il ridicolo che danno sapore all’esistenza.
Grande precoce: aveva soltanto vent’anni, era studente universitario a Firenze e a Pisa, quando già nel 1935 vinse un premio alla Mostra di Venezia con un adattamento da dilettante de I ragazzi della via Paal. Grande lavoratore: più di settanta film, alcuni indimenticabili, altri dimenticati, altri ancora distratti o meno riusciti, tutti insieme in grado di offrire un’immagine in movimento dell’Italia del tempo. Grande combattente: pochi come lui dovettero affrontare la censura, tagli, mutilazioni, chiamate in giudizio, divieti (Totò e Carolina fu il più massacrato dei suoi film). Dopo le prime opere con Totò dirette insieme con Steno, la sua svolta verso la commedia all’italiana aggressiva e critica, satira sociale e di costume, viene attribuita a I soliti ignoti (1958) che segnò pure gli inizi di Vittorio Gassman come attore comico. Tra i suoi film più popolari e proverbiali sono La grande guerrra (1959) ispirato al racconto di Maupassant Due amici, L’Armata Brancaleone, Amici miei, più tardi Speriamo che sia femmina. Tra i meno spesso ricordati sono invece il terribile Un borghese piccolo piccolo, gran prova di attore di Alberto Sordi; I compagni (1965) sul movimento operaio e sociale fine Ottocento; Vogliamo i colonnelli (1973) che rispecchia le tentazioni golpiste d’epoca; Risate di gioia con Totò e Anna Magnani, Le due vite di Mattia Pascal.
La satira di Monicelli è unica nel cinema italiano: non è lieta, non indulge alla comicità facile o sboccata, spinge fino in fondo la lama della critica, non è mai qualunquista. E’ la satira di un moralista deluso, che guarda con lucidità un mondo che non gli piace, gente che non apprezza. In questo sta la sua unicità; e anche nella forza del carattere che gli ha permesso di farla finita come voleva, quando voleva.

Monicelli, parla la moglie: era disgustato dall’Italia
01 dicembre 2010
«Viveva in modo non consono alla sua dignità di uomo e ha deciso per conto suo senza avvertire nessuno, senza lasciar nulla di scritto, a parte il dire a voce che era stufo, si chiedeva che vita fosse».
Così, intervistata dal Corriere della Sera, Chiara Rapaccini racconta gli ultimi giorni e i pensieri di suo marito Mario Monicelli, maestro del cinema italiano che si è tolto la vita lunedì sera a 95 anni nell’ ospedale romano di San Giovanni. «Alla fine - spiega - ha preso una decisione forte e coerente come sempre da uomo coraggioso e noi familiari la consideriamo tremenda ma la rispettiamo».
La moglie del regista sottolinea che in ospedale «è stato coccolato, curato e lui ha voluto andarci non per urgenza ma perché diceva di sentirsi a casa». «A 95 anni - prosegue - il corpo cedeva ma la mente era lucidissima e perciò era stufo di questo Paese, disgustato nel sentire ciò che veniva raccontato dalla radio, sua unica fonte di informazione, perché non ci vedeva più. Questo disgusto era diventato un malessere fisico, si trovava in un mondo vile che andava contro i suoi principi, ma lui vile non lo era e l’ha dimostrato». Monicelli è morto suicida come il padre, ma «in modi e per motivi diversi», spiega la moglie, certo «è vero che Mario fu presente alla morte del padre e ne rimase certo scioccato».
Il mondo del cinema, aggiunge Chiara Rapaccini, non lo ha abbandonato: «Avevano formato un cordone protettivo, mi chiamavano tutti, da Scola ai Taviani per andare a trovarlo ma se mai era lui che si era un pò staccato: s’interessava alle lotte per la cultura ma non più alle beghe del cinema, le serate, i premi, era storia del passato e si stupiva che i nostri film raccontassero poco l’Italia di oggi».
Veronesi: con eutanasia fine più dignitosa
«Mi sono chiesto perché abbia lucidamente scelto una morte così violenta. Purtroppo non sempre un medico riesce a lenire la sofferenza di un paziente e in questo caso la condizione terminale doveva risultare insopportabile». Così l’oncologo ed ex ministro della Sanità Umberto Veronesi commenta la morte di Mario Monicelli in un’ intervista al Mattino, definendo «condivisibile» il dubbio di chi pensa che se in Italia fosse stata legale l’eutanasia, il regista sarebbe morto in modo più dignitoso.
«Come pensatore laico e difensore dei diritti del malato - aggiunge -, la mia riflessione è: se è ormai da tutti accettato che ognuno di noi, in ogni circostanza, ha il diritto di non soffrire, perché questo diritto non deve valere nella fase terminale della malattia, proprio quando la sofferenza può essere più intensa?».
Nella realtà, prosegue, «per i familiari e per i medici accettare di mettere fine alla vita, per quanto dolorosa o indignitosa, di una persona che si ama è comunque tutt’altro che ridicolo: è una decisione tragica. Ciò che sostiene il medico dal punto di vista deontologico e i familiari dal punto di vista affettivo è la volontà della persona e il rispetto per il suo pensiero. Per questo è importante che questa volontà sia sempre chiara e lucidamente espressa».
http://www.ilsecoloxix.it/p/italia/2010/12/01/AMqvoUJE-monicelli_disgustato_moglie.shtml



CRISI: BOCCONI, AZIENDE FAMILIARI HANNO REDDITIVITA' PIU' ALTA


11:46 01 DIC 2010
(AGI) - Milano, 1 dic. - Rispetto alle altre aziende, quelle a controllo familiare hanno redditivita' piu' alta.
Lo spiega il rapporto 2010 dell'Osservatorio Aub, promosso dall'Universita' Bocconi, da Unicredit e dall'Associazione italiana aziende familiari. "Nonostante la crisi - spiega un comunicato - le aziende familiari italiane producono performance di redditivita' superiori alle altre imprese. Negli ultimi anni hanno iniziato a contenere l'indebitamento, ma sono state meno aggressive nella riduzione dei costi". Dal 2000 al 2008 tali aziende hanno mostrato una redditivita' operativa (Roi) e una redditivita' del capitale proprio (Roe) superiori rispettivamente di 1,3 e 0,7 punti rispetto alle imprese non familiari. Valori che pero', sottolinea lo studio, "mascherano un dimezzamento del divario di Roi tra imprese familiari e non, sceso da +1,9 punti nel 2007 a 0,8 nel 2009, evidenziando la necessita' del recupero di sacche d'inefficienza che consentano una riduzione dei costi". Fra gli altri aspetti, il comunicato evidenzia come la governance delle aziende e' "soprattutto individualistica", anche se "il modello collegiale e' in aumento". Vincono le imprese giovani (se il leader ha meno di 50 anni la redditivita' e' piu' alta), mentre stenta ancora la presenza femminile ai vertici. L'analisi dell'Osservatorio, condatta su 2522 gruppi familiari con fatturato superiore ai 50 milioni operanti in Italia a fine 2008, "getta luce innanzitutto sulla reazione delle imprese alla crisi". Infatti, "se da un lato nel biennio 2008-09 la crescita si e' ridimensionata ai livelli 2005 (158% rispetto al 174% del 2007, facendo 100 i ricavi nel 2000)", dall'altro "la riduzione del capitale circolante dovuta alla contrazione dei ricavi ha determinato un incremento delle disponibilita' liquide, evidenziando una capacita' futura di investimento maggiore, determinante per agganciare il treno della ripresa". (AGI) .
Fonte:
http://www.agi.it/economia/notizie/201012011146-eco-rt10081-crisi_bocconi_aziende_familiari_hanno_redditivita_piu_alta 

Emergenza, la Puglia aiuta la Campania ma "no" ai rifiuti pericolosi


di GIUSEPPE ARMENISE
BARI - La disponibilità della Puglia ad accogliere 50mila tonnellate di rifiuti dalla Campania in emergenza è ampiamente sovrastimata.
Il carico totale della monnezza cui è chiamato a farsi carico il sistema degli enti locali - e non una sola regione italiana - ammonterà globalmente a 54mila tonnellate spalmate in un periodo di 90 giorni. Dunque, anche volendo considerare l’indisponibilità di Piemonte, Veneto, Sardegna e Friuli Venezia Giulia a partecipare al riparto, sarà ben difficile che la sola Puglia si accolli quasi il totale dei rifiuti destinati a viaggiare fuori dalla Campania.
Questa mattina, dal tavolo tecnico in programma a Roma si sapranno i dettagli: quanti saranno i rifiuti, con quanti mezzi verranno trasferiti in Puglia, attraverso quali precisi e non modificabili percorsi stradali giungeranno a destinazione e quali saranno le discariche coinvolte. L’assessore regionale alla Qualità dell’Ambiente, Lorenzo Nicastro, a proposito delle polemiche e dei timori alimentatisi in queste ore nei territori pugliesi che ospitano gli impianti di discarica «incriminati», chiarisce: «Adotteremo tutte le necessarie cautele perchè in Puglia giungano, così come già indicato nel documento della Protezione civile nazionale dello scorso 5 ottobre solo rifiuti già igienizzati e confezionati in balle. Qualunque altra indicazione da chiunque proveniente circa una natura diversa e pericolosa dei rifiuti è destituita di ogni fondamento ».
Con il documento a cui fa riferimento l’assessore, la Protezione civile aveva notificato alla Regione l’avvenuta aggiudicazione del conferimento dei rifiuti speciali «non pericolosi» prodotti nello stabilimento Stir di Napoli a un consorzio palermitano che si serve anche delle tre discariche autorizzate ad accogliere rifiuti speciali in Puglia, tutte in provincia di Taranto: una è a Chiatona, l’altra a Monteparano, la terza a Grottaglie.

«Volevano - dice Nicastro - mandarcene 61mila tonnellate. La Regione è rimasta totalmente estranea all’appalto e comunque si è opposta». Oggi, a emergenza conclamata, e con la richiesta di solidarietà a tutte le regioni d’Italia, il quadro è mutato. «La disponibilità della Puglia apre una fase completamente nuova. Quel che è certo è che non arriveranno da noi i sacchetti abbandonati per strada. La tipologia del rifiuto non potrà che essere quella segnalata a ottobre: rifiuti speciali, non pericolosi, già selezionati, biostabilizzati e igienizzati, confezionati in balle. E comunque, voglio rassicurare il presidente della Provincia Bat, Francesco Ventola, la discarica di Canosa non è interessata. Capisco tutte le critiche, ma non le invettive personali. Ventola mi ha invitato a dimettermi e a tornare al mio lavoro, ammesso che io sappia farlo. Spero che egli si ricordi almeno un decimo del suo, di lavoro».
Intanto ieri si è tenuto un Consiglio comunale sul tema rifiuti a Statte e i sindaci delle amministrazioni dell’arco jonico-salentino hanno annunciato per oggi un incontro nel quale saranno concordate eventuali azioni per fronteggiare l’arrivo dei rifiuti dalla Campania. Protesta il segretario generale Uil Puglia, Aldo Pugliese: «Facciamo nostro - dice - l’appello dei sindaci del Tarantino e la loro sensazione di tradimento da parte delle istituzioni regionali. l’Organizzazione mondiale della sanità ha già bollato la provincia di Taranto come zona ad elevato rischio ambientale. Taranto non è la pattumiera nazionale».
01 Dicembre 2010
Fonte:
http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/notizia.php?IDNotizia=386493

 

Giannino: Opposizione spendacciona


Di Oscar Giannino
Non esagera affatto il cancelliere Angela Merkel ammonendo che l’euro è a rischio. Risponde così a tutta la stampa tedesca che l’attacca, perché dopo avere salvato la Grecia dicendo che sarebbe stata l’unica pecora nera ora ce n’è un’altra. E i tedeschi pensano che dopo Dublino verrà Lisbona. Ma Merkel ha ragione. E mi fa ridere la gran gara tra commentatori italiani ed europei, secondo i quali la colpa dell’eurocrisi sarebbe dei tedeschi. Dovrebbero farsi carico dei problemi di chi spende e spande, è in deficit ed è meno produttivo, dicono gli accusatori. Io, fossi tedesco, sarei in prima fila gridando: «Nessun aiuto alle cicale!».
La politica vede l’abisso in cui si getta, se al Consiglio europeo di mezzo dicembre l’Italia si presenta senza governo? Vogliamo esporci al pericolo di vedere svanire gran parte di quel che sinora è stato il maggiore vantaggio per noi dell’euro, cioè ridurre l’onere del debito pubblico dall’11 per cento del pil a cui era giunto prima della moneta unica a poco più dei 4 punti attuali? La domanda non è peregrina. Non è avanzata per dare sostegno politico a questo o a quello. Perché rischiamo questa volta i guai. Dopo chi più aveva mentito sui conti (la Grecia), chi aveva le banche ancora più esposte (l’Irlanda) e chi ha la bilancia di parte corrente messa peggio (il Portogallo), nella lista del rischio viene il grande paese che non ha questi problemi ma ha bassissima crescita con il quarto debito del mondo: l’Italia. In queste condizioni è da matti aprire crisi e per di più al buio, darsi semestri d’incertezza appesi a governi tecnici su margini risicatissimi, puntare a elezioni-totip dove non c’è favorito.
Servirebbe una convergenza straordinaria, non le recite con insulti sotto gli occhi di tutti. Invece di dare la colpa ai tedeschi, è il momento di operazioni serie. Per esempio sul debito pubblico, per abbassarlo di 20-25 punti con procedure non «creative» ma attraverso veicoli e procedure  trasparenti e di mercato. Il patrimonio immobiliare pubblico è per tre quinti nelle mani delle autonomie (dico quello a reddito, esclusi tutti i beni culturali e ambientali, dunque per favore nessuno tiri fuori balle sul Colosseo svenduto, grazie) e vale 450 miliardi. Le concessioni pubbliche valgono 70 miliardi. Le partecipazioni alle società quotate altri 70 miliardi. Con un mix di dismissioni, il debito scenderebbe di 25 punti e saremmo nella media europea, visto che gli altri salgono vertiginosamente.
Senza alzare le tasse, anzi tagliando spesa e imposte. È questa l’aria che tira? No. Tutti i giornali invocano più spesa pubblica per scuole, università, musei, teatri, ospedali, precari, trucchi e parrucchi. Il Quirinale dice un giorno sì e l’altro pure che i tagli sono sbagliati. La politica vuole spendere. L’unica cosa che le piace del caso irlandese è la tassa patrimoniale. Eccolo il futuro riservatoci dalla nuova politica alle viste. Roba da incatenarsi alla propria dichiarazione dei redditi, e buttarsi nel fiume maledicendo di essere nati qui.
redazione
Mercoledì 1 Dicembre 2010
Fonte:
http://blog.panorama.it/opinioni/2010/12/01/giannino-opposizione-spendacciona/

Un ponte dal Sud agli Stati Uniti


Se siete giovani del Mezzogiorno e avete un’idea innovativa nel settore dell’alta tecnologia c’è un’iniziativa pensata apposta per voi. Si chiama "Cervelli in movimento": un programma di formazione avanzata messo a punto dall’associazione non profit di ponte tecnologico tra Italia e Stati Uniti Bridges to Italy. Le aree ammesse sono quelle delle biotecnologie, nanotecnologie, energie rinnovabili e dell’information technology.

«Lo scopo dell’iniziativa è quello di sostenere in maniera efficace l’high-tech del Sud Italia, rendendo i gruppi di ricerca che hanno business innovativi capaci di competere a livello globale» spiega la fondatrice e presidente di Bridges to Italy Bianca Dellepiane, manager genovese di nascita e californiana di adozione, da molti anni a Los Angeles, dove dirige una propria società di consulenza internazionale. Il progetto vuole offrire ai partecipanti una formazione manageriale sul modello high-tech americano, garantendo una visibilità a livello internazionale e quindi evitare l’emigrazione dei talenti.

La scelta del Sud è voluta perché l’associazione ha una vocazione sociale, confermata anche dall’attenzione al mondo femminile. «Questi giovani forse risentono maggiormente della generale mancanza di strutture pronte a recepire l’innovazione in Italia – sottolinea Dellepiane –. Per questo, quando abbiamo voluto aprire una sede italiana la cittadina di Rende (Cosenza), con il suo campus internazionale dell’Università della Calabria, è sembrato il posto ideale. Il nostro obiettivo è quello di diventare un punto di riferimento Italia-Usa stabile per i gruppi di ricerca e i talenti del Mezzogiorno portatori di idee innovative e di un potenziale high-tech che spesso non ha nulla da invidiare ai colleghi americani. Ho una grande fiducia nel valore del Meridione come crescente area strategica, non solo per l’Italia, ma anche nei confronti di un bacino del Mediterraneo sempre più incalzato da economie emergenti dai Paesi africani ed eurasiatici».

Se da un lato l’Italia può acquisire dagli States gli strumenti per commercializzare le tecnologie, dall’altro questi potranno vedere avviate collaborazioni internazionali e magari investimenti in Italia, con vantaggi per i sistemi economici dei due Paesi.

Il periodo di training durerà otto mesi e comincerà nel prossimo gennaio. «Abbiamo coinvolto professionisti high-tech americani, esperti di proprietà intellettuale e manager di successo – chiarisce Dellepiane – in un percorso di formazione avanzata con modalità miste face-to-face e distance-e-learning che punta a condividere le migliori esperienze e metodologie statunitensi per la commercializzazione di tecnologie innovative. Vogliamo dare vita ad un confronto diretto unito al tutoraggio mirato». Le tre migliori idee imprenditoriali saranno selezionate da una giuria di esperti Italia-Usa, presieduta dall’astrofisica famosa a livello internazionale Sandra Savaglio (calabrese di origine) e quella vincitrice potrà vedere incubato il proprio progetto di impresa direttamente negli Stati Uniti e presentarsi a potenziali investitori o partner, oltre cogliere a occasioni di networking e coaching mirato.

"Cervelli in movimento" è nato dalla collaborazione con il network Crescita dell’Università della Calabria e l’Università di California Irvine, che rilascerà un diploma a tutti i partecipanti. Il bando, i costi e la domanda di partecipazione alla fase di preselezione, che è gratuita, sono disponibili sulla sezione italiana del sito diBridges to Italy (www.bridgestoitaly.org). Il termine per la presentazione di candidature è il 20 dicembre 2010.
Giovanna Sciacchitano
Fonte: 
http://www.avvenire.it/GiornaleWEB2008/Templates/Articles/Article.aspx?NRMODE=Published&NRNODEGUID=%7b0486ECA0-B0D2-4A5A-B36B-0A102CE03BF1%7d&NRORIGINALURL=%2fEconomia%2f%25C3%25A8lavoro%2bprogetto%2bsud%2busa_201012011004564100000%2ehtm&NRCACHEHINT=NoModifyGuest#

Italia, Tremonti "fattore vitale di stabilità" in vista 14/12


mercoledì 1 dicembre 2010 09:36
MILANO (Reuters) - In un editoriale dal titolo "La tempesta della zona euro si dirige verso l'Italia", il Financial Times si sofferma su alcuni punti di forza del sistema Paese, sottolineando in particolare i meriti del ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, e il suo ruolo di garante della stabilità agli occhi dei mercati, anche in vista del fiducia del 14 dicembre.
"A buona ragione", scrive l'FT con un'indulgenza verso l'Italia piuttosto rara nella stampa anglosassone, "le autorità di Roma si lamentano che i mercati stanno ignorando i punti di forza dell'Italia".
Il debito pubblico è sì elevato ma è stato gestito con abilità ed è finanziato principalmente dal mercato interno. Il debito privato è basso e le banche sono sopravvissute pressocché indenni alla crisi finanziaria. Soprattutto, però, l'Italia sembra poter contare su un fedele guardiano dei conti pubblici.
"La personalità e le politiche di Tremonti sono fattori vitali di stabilità nel mezzo delle tensioni politiche che culmineranno il 14 dicembre nei due voti parlamentari di fiducia che potrebbero far cadere il governo di Silvio Berlusconi. Infatti, anche se il presidente del Consiglio, inseguito dagli scandali, dovessero perdere il posto, Tremonti certamente resterà responsabile delle finanze dell'Italia, o nella sua posizione attuale o, plausibilmente, come successore di Berlusconi".
Il ministro dell'Economia, forte della sua esperienza, "ha giocato una mano difficile da quando è tornato in carica dopo le elezioni dell'aprile 2008. Al suo quarto mandato, Tremonti si è reso immediatamente conto che, in un momento di tensioni di mercato, la condizione delle finanze pubbliche dell'Italia sarebbe stata il suo tallone d'Achille. Per questo ha reso una sua priorità il mantenere il disavanzo di bilancio dell'Italia entro limiti ragionevoli. Sebbene questo sia stato possibile a costo di una dura recessione nel 2009, l'economia è di nuovo tornata a crescere moderatamente".
La conclusione del quotidiano londinese è che il destino dell'Italia sia comunque legato a quello della Spagna perché il conto in capo a Roma di un salvataggio di Madrid sarebbe pesantissimo per i conti pubblici.
"L'Italia, per quanto senza colpa alcuna, a quel punto sarebbe a rischio. ... La difesa dell'Italia deve iniziare dalla difesa della Spagna".
Fonte: 
http://it.reuters.com/article/topNews/idITMIE6B003I20101201


I TAGLI AI COMUNI PUNTANO A SUD


Gianni Trovati
MILANO. Arrivano i tagli "lineari" ai trasferimenti dei comuni con piu’ di 5mila abitanti, vista la mancata intesa fra sindaci e governo che avrebbe dovuto distribuire in chiave meritocratica i sacrifici. E’ alla firma del ministro dell'Interno Maroni il decreto che ripartisce la sforbiciata da 1,5 miliardi prevista dalla manovra correttiva, e che spalma le richieste in modo proporzionale all'assegno statale.
Il metodo e’ quello previsto dalla manovra di luglio, che concedeva tré mesi di tempo alla Conferenza unificata per individuare un criterio diverso, e finisce per colpire piů pesantemente nel Mezzogiorno. In linea generale, il taglio sara’ pari all'11,2% delle spettanze consolidate 2010 con l'eccezione della quota «dinamica» della compartecipazione Irpef, cioe’ lo 0,69% introdotto dalla finanziaria 2007 (articolo 1, commi 189 e 190 della legge 296/2006); uno «sconto» dovuto, perché l'applicazione dell'aliquota dal 2007 ha ridotto di una somma corrispondente al gettito il contributo ordinario ai comuni. Altre esclusioni dovrebbero riguardare casi particolari. La base di calcolo definitiva sara’ individuata solo con il consolidamento delle ultime voci, tra cui i 200 milioni riconosciuti per il 2010 dalla stessa manovra correttiva ai comuni che hanno rispettato il patto di stabilita’ (articolo 14, comma 13 del DI 78/2010) e il calcolo definitivo delle compensazioni per l’ici. I dati sulle spettanze disponibili presso il Viminale, aggiornati al 30 di novembre, permettono pero’ gia’ di delineare un quadro piuttosto preciso degli effetti nelle citta’: a Roma la sforbiciata sfiora i 146 milioni di euro, a Napoli si attesta poco sopra quota 72 milioni, a Milano (che ieri ha deciso di quotare in borsa il 33% di Sea e cedere le quote in Serravalle anche per far fronte ai tagli) supera 155,6 e a Torino si aggira intorno ai 40,6 milioni. In proporzione agli abitanti, la classifica degli enti piu’ colpiti punta decisamente a Sud: tra le grandi citta’, la stretta piu’ pesante si incontra a Napoli, che "paga" 75 euro a cittadino, seguita da Palermo (58 euro a residente), Catania e Messina (54; ad aggravare il dato delle citta’ nelle regioni a statuto speciale c'e’ il fatto che in questi territori non c'e’ la compartecipazione Irpef, e di conseguenza non scatta il piccolo "sconto" previsto dal decreto). A Milano il conto e’ da 43 euro ad abitante, mentre Brescia si ferma a 28,6, cioe’ meno del 40% rispetto alla cifra recapitata nel capoluogo campano, Questa distribuzione territoriale e’ la conseguenza diretta dei meccanismi di attribuzione dei contributi statali, che si sono stratificati nel tempo non sempre in modo razionale ma hanno in genere un effetto redistributivo rispetto alle diverse performance del fisco locale: in pratica, dove la capacita’ fiscale del territorio e’ inferiore aumenta l'incidenza dei trasferimenti statali, e di conseguenza cresce l'effetto del taglio. Restano da capire gli effetti di questi tagli sui livelli di finanziamento del federalismo fiscale, tema su cui manovra correttiva e decreti attuativi della riforma parlano due Iingue diverse. Sullo stesso tema si esercitano le regioni, che oggi dovrebbero avere un nuovo incontro con il governo.
Fonte: http://rassegna.governo.it/index.asp
 

Regione Salento raggiunto quorum per chiedere referendum


LECCE - «Il quorum necessario per l’indizione del referendum è raggiunto». Paolo Pagliaro, presidente del movimento per l'istituzione di una regione salentina è al settimo cielo.
«Quella di oggi è una giornata di festa, una giornata di orgoglioso amore per la libertà e per la democrazia. E’ un giorno di partecipazione – sottolinea in una nota -. Da oggi i cittadini del Salento possono “dare del tu al loro futuro”. Da oggi la gente si riappropria della facoltà di scegliere la direzione. Da oggi e per la prima volta nella mia vita, come promotore di questa iniziativa, mi sento davvero fabbro del mio destino. I consigli comunali che rappresentano più di un terzo della popolazione di Lecce, Brindisi e Taranto (oltre 600.000 cittadini) si sono espressi favorevolmente rispetto all’ordine del giorno per l’indizione del Referendum per l’Istituzione della Regione Salento. Lo dico senza retorica: è un grande segnale Politico».
«La sfida adesso è “aumentare il quorum” entro il 18 dicembre, arrivando ad ottenere il maggior numero di consigli comunali che rappresentino l'intera terra jonico-salentina. Non una prova di forza, ma un coraggioso esercizio di coerenza da parte dei consiglieri, che hanno dimostrato di rappresentare un baluardo di democrazia e di buon governo. Il 20 dicembre saremo a Roma, per depositare all’Ufficio Centrale per i Referendum della Corte di Cassazione la richiesta dei Consigli Comunali ai sensi dell’articolo 132 della Costituzione. Il tempo per confrontarsi sui contenuti, sul perché il Movimento e i suoi tanti iscritti vogliono una nuova Regione Salento profondamente europea ed orgogliosamente italiana, è un tempo vicino. Con la certezza che noi, ve lo garantisco, continueremo a parlare ai volti, e non ai voti»
30 Novembre 2010
Fonte: 
http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/notizia.php?IDNotizia=386431&IDCategoria=11